Contrappunti/ L'ingombrante Facebook Home

di M. Mantellini - La nuova interfaccia-app di Mark Zuckerberg è il classico esempio dell'approccio delle dotCOM alla gestione dei propri utenti-clienti. Un approccio che non ha come priorità la salvaguardia dei loro interessi
di M. Mantellini - La nuova interfaccia-app di Mark Zuckerberg è il classico esempio dell'approccio delle dotCOM alla gestione dei propri utenti-clienti. Un approccio che non ha come priorità la salvaguardia dei loro interessi

Non è una app. Non è un telefono. Non è un sistema operativo. Il nuovo Facebook Home presentato in settimana da Mark Zuckerberg non è nessuna di queste cose, di sicuro però è un nuovo piccolo grande problema.

È un problema perché non è una app: le app normalmente hanno una sorta di parità competitiva nei confronti del sistema operativo e degli utenti stessi. Una app è la sua icona in mezzo alle altre: una volta scaricata può essere cliccata ogni giorno (dovrei dire tappata ma vi chiedo perdono, il neologismo mi fa orrore) o lasciata in un angolo nella lunga lista dei software che quotidianamente non utilizziamo. Facebook Home non è una app: una volta installata, per nostra stessa volontà, diventa il principale attore sul palcoscenico, si impadronisce della scena a e non la molla più. Si siede sopra il sistema operativo e lo cela il più possibile. Piace tutto questo a Google che di Android è il padre putativo? Non molto, a giudicare dal laconico comunicato stampa rilasciato dopo la presentazione di Facebook Home.

Home non è nemmeno un sistema operativo: troppo difficile per Facebook pensare di poterne farne uno in proprio; troppo rischioso immaginare di dover mettere il proprio bacino di un miliardo di utenti di fronte all’amletico dubbio di acquistare un telefono dotato di un motore proprio. La guerra fra i sistemi operativi per apparati mobili è del resto molto accesa e attualmente limitata (nella sostanza) a due grandi contendenti. Uno di questi due (iOS) prosegue nella sua strada della più rigida alterità, Android invece è un sistema teoricamente aperto, talmente aperto che per esempio Amazon lo ha utilizzato per costruire la propria interfaccia per i tablet Kindle nascondendolo come fosse cenere sotto il tappeto assai di più di quanto abbia fatto Facebook con Home. Lamentele a suo tempo da Mountain View? Nemmeno una. Applausi dal loggione dei fans dei sistemi open.

Ma se non è una app e non è un sistema operativo, Facebook Home, per quel poco che si è potuto vedere (uscirà il prossimo 12 aprile), sembra un bel pezzo di software con alcune funzioni straordinariamente ben fatte (la chat per esempio) ed alcune caratteristiche di base altrettanto straordinariamente invasive. Per esempio il nostro newsfeed occuperà tutto lo schermo anche quando è bloccato. E se i nostri amici FB fossero troppi? O non troppo intelligenti? Facebook Home ha un senso se la scrematura su chi ammettere e chi invece tener fuori dalla propria cerchia sociale è stata fatta accuratamente.

Ho provato a dare un’occhiata al mio newsfeed e ad immaginare cosa succederebbe se improvvisamente le notizie e le foto che quotidianamente contiene si impadronissero dello sfondo del mio telefono. Meglio non pensarci nemmeno (ma voi sicuramente sarete stati assai più bravi di me nello scegliervi i contatti). E la pubblicità? Ovviamente anche la pubblicità di Facebook si impadronirà del vostro schermo, lo ha detto Zuckerberg rispondendo a una precisa domanda, mentre tutto il resto del vostro telefono, tutte le vostre app, le notifiche e tutto il resto rimarrà dietro.

Infine esiste una questione supplementare che non è strettamente relativa a Facebook Home ma che riguarda Facebook in generale, fenomenale piattaforma sociale che in alcuni paesi a bassa penetrazione tecnologica come il nostro è stata la porta di ingresso alla Rete per milioni di persone. Ci siamo detti a suo tempo che non poteva che essere una buona notizia, che quelle stesse persone che si stavano avvicinando a Internet attraverso quella piattaforma poi, col tempo, si sarebbero appassionate a tutto il resto, avrebbero allargato i propri orizzonti, utilizzato strumenti differenti, protocolli più aperti, visto altri luoghi e frequentato altre persone rispetto ai propri amici di Facebook.

È assai difficile dire oggi se questo primo passo c’è effettivamente stato o se invece la grandissima maggioranza dei navigatori di Facebook siano rimasti a pascolare lì dentro senza sentire il bisogno di altri stimoli, vezzeggiati da una piattaforma che, piano piano, ha aggiunto strumenti di relazione tanto usuali (chat email, news) quanto rigorosamente circondati dal muro del proprio interesse commerciale. Non fa bene alla rete il walled garden di Facebook, esattamente come non le fa bene la straordinaria ubiquità dei servizi Google: fa ancora meno bene negli ambienti mobili nei quali il multitasking è tipicamente ridotto e i rischi di monitoraggio delle nostre abitudini sono accentuate dalla geolocalizzazione.

Ovviamente possiamo spegnere Gmail o non utilizzare Facebook Home, possiamo provare quella sensazione, molto usuale in Rete, di essere noi i proprietari dei nostri dati e gli unici controllori delle nostre azioni, ma ogni piccolo pezzetto di software che i giganti della comunicazione in rete aggiungono alle nostre vite è oggi un piccolo contributo alla riduzione della nostra libertà. Facebook Home è uno di questi pezzetti, nemmeno tanto piccolo.

Massimo Mantellini
Manteblog

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