Contrappunti/ NGN, oscuro presagio

di M. Mantellini - Siamo condannati alla solita palude dell'indecisione? La banda larga langue, gli operatori si fanno i dispetti, la politica rimane indifferente. Il treno per il futuro è già partito: altrove
di M. Mantellini - Siamo condannati alla solita palude dell'indecisione? La banda larga langue, gli operatori si fanno i dispetti, la politica rimane indifferente. Il treno per il futuro è già partito: altrove

La settimana appena trascorsa è stata dominata dalle discussioni sulla creazione di una rete di nuova generazione che colleghi gli abitanti della Penisola a Internet ad altissima velocità. L’annuncio dei tre operatori alternativi a Telecom Italia del progetto di creazione di una NGN alternativa ha riportato l’accento su un tema tanto importante quanto, per ora, vago ed inconcludente. Fuori dalle schermaglie fra i fornitori di accesso, che toccano nuove e vecchie incomprensioni fra l’ex-monopolista e le altre compagnie, quali sono gli interessi dei cittadini in discussioni del genere?

Il primo punto è chiaro a tutti. Di una rete ultrabroadband abbiamo bisogno: deve essere sviluppata in tempi brevi e dovrebbe essere molto ampia e non limitata ai grandi centri urbani. I costi della messa in opera di questa rete veloce per tutti sono alti ma non impossibili, qualcosa più di 20 miliardi di euro. Per dirla con le parole di Stefano Quintarelli , cablare in fibra ottica tutta la nazione costa come 320km della autostrada pedemontana, oppure come 15 portaerei Cavour, o in alternativa come 350km della TAV Milano-Torino.

I vantaggi per il Paese che discendono da un simili progetto sarebbero enormemente superiori a quelli delle opere citate, e nessun amministratore minimamente lungimirante dovrebbe avere dubbi su quali siano le priorità sulle quali concentrarsi.

Secondo punto: nessun operatore delle telecomunicazioni, non Telecom Italia né tanto meno la trimurti dei grandi “oppositori” formata da Vodafone, Wind e Fastweb, ha oggi i soldi necessari per una operazione del genere. A tale riguardo Telecom ha fatto una scelta molto conservativa: una volta esclusa ogni ipotesi di scorporo della rete, la società ha deciso che investirà nei prossimi anni i denari che potrà, cablando (molto lentamente) in fibra alcune grandi città. Da un punto di vista dell’interesse generale si tratta di un progetto troppo piccolo e troppo chiuso.

Il progetto delle telco concorrenti è stato da molti analisti considerato poco più di una boutade, una specie di mossa su un tavolo di poker dove nessuno dei giocatori ha soldi da rischiare: l’idea annunciata venerdì scorso è quella di creare una nuova rete in fibra, indipendente da quella esistente, investendo una prima tranche di 2,5 miliardi, per coprire entro 5 anni 15 grandi città. I denari, nella vaghezza interessata dei comunicati stampa, non si sa bene di chi saranno, visto che – cito dal testo – saranno “ripartiti fra tutti gli operatori e le Istituzioni coinvolte”. In altre parole, come sempre in questi casi, si fa grande affidamento su un ipotetico investimento pubblico. Le telco, dal canto loro, assicurano che trasborderanno sulla nuova rete, aperta a tutti i soggetti che vorranno partecipare Telecom inclusa, la propria clientela.

Di nuovo, anche in questo caso, si tratta di un progetto modestissimo nelle cifre, molto lento nell’attuazione e metodologicamente pericoloso (l’ipotesi di una seconda rete alternativa). L’unico scopo di tutta questo teatrino sarebbe insomma quello di forzare Telecom verso un tavolo di maggior concertazione. Un tavolo al quale, molto probabilmente, Telecom non vorrà partecipare.

Il terzo soggetto in gioco è la politica. Quale sia l’attenzione del Governo attuale nei confronti delle tematiche in discussione è noto: il sottosegretario Romani non è riuscito nemmeno a mantenere i fondi già stanziati per la banda larga, quegli 800 milioni di euro più volte annunciati e più volte destinati ad altro. Quale credibilità potrà mostrare domani, come rappresentante del Governo, in una discussione sui grandi investimenti da destinare alla NGN? Tipicamente in questo paese le scelte concrete sulla politica delle reti latitano, specie quando si parla, come in questo caso, di grandi svolte tecnologiche.

Nella partita della rete in fibra Governo ed Authority Comunicazioni dovrebbero avere un ruolo di indirizzo rilevante, non fosse altro perché la gran parte degli investimenti sulla rete di nuova generazione dovranno essere finanziati a vario titolo dallo Stato. Dovrebbero insomma essere i cittadini e i loro rappresentanti a guidare le danze e scrivere l’agenda. Invece la politica non è in grado di generare una voce unica su temi simili, non c’è alcuna seria consapevolezza al riguardo, nessuna analisi sul medio lungo periodo e, tanto meno, quel briciolo di autorevolezza capace di incidere sullo scenario.

Telecom ha così potuto decidere da sola cosa fare della propria infrastruttura, smarcandosi da qualsiasi ipotesi di scorporo della rete, gli altri operatori si sentono – da un certo punto di vista giustamente – autorizzati a “ballare da soli” visto che lo scacchiere delle regole traballa, e gli organismi di controllo sono esili canne battute dal vento.

È abbastanza pacifico che non potranno esserci due reti ad alta velocità, domani. Semplicemente non possiamo permettercele. E dalle premesse di questi giorni è altrettanto chiaro che, ai tempi brevi necessari per creare la rete veloce di cui il Paese ha bisogno, si sostituiranno lunghi periodi di usuali scaramucce, ricorsi e carte bollate, padrini politici di questa o quella cordata, tranelli e bastoni fra le ruote che tutto faranno tranne che gli interessi dei cittadini e delle aziende.

I fili delle decisioni portano sempre lontano: la nascita di una NGN in Italia è condizionata dagli interessi di Telefonica, sfiora i conflitti di interesse e le simpatie politiche di Berlusconi, accarezza temi solo apparentemente distanti come i conflitti fra top manager e azionisti di riferimento. In un contesto del genere il continuo declino del Paese nella società dell’informazione è la naturale e prevedibilissima conseguenza di questa amplissima, e ubiquitaria, politica del non fare.

Massimo Mantellini
Manteblog

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