Contrappunti/ Qualcuno insegna Internet

di Massimo Mantellini. Le università piazzano gli esperti affinché trasmettano i loro saperi sulla nuova comunicazione. Ma spuntano nomi che non convincono tutti. Chi può dare molto non sale in cattedra
di Massimo Mantellini. Le università piazzano gli esperti affinché trasmettano i loro saperi sulla nuova comunicazione. Ma spuntano nomi che non convincono tutti. Chi può dare molto non sale in cattedra


Roma – La Internet italiana nella sua giovane vita ne ha già viste parecchie di cose turpi: di molte di queste PI tratta ormai da diversi anni con irritante puntualità, di altre abbiamo fino ad ora taciuto. Però oggi, apprendendo che Roberto D’Agostino il prossimo 17 dicembre terrà un seminario agli studenti della facoltà di Scienze delle Comunicazioni dell’Università La Sapienza a Roma dove – immagino – si parlerà del gossip come forma di espressione del pensiero e di dagospia come di sua rappresentazione sul web, è come se il vento spalancasse la porta di casa mia in una notte invernale a ricordarmi che non c’è mai fine al peggio.

Non dovrei reagire così – me ne rendo conto – del resto l’alter ego televisivo di D’Agostino, quell’intrattenitore ferrarese col quale amava anni fa scambiare bicchierate e ceffoni in diretta TV, oggi è nientemeno che Sottosegretario ai Beni culturali, per cui per quale ragione dovrei stupirmi di simili eventi?

Credo in ogni caso che gli studenti di Scienze delle Comunicazioni meritino di meglio durante il periodo della loro formazione universitaria poichè se la televisione non fa di Vittorio Sgarbi uno storico dell’arte, nemmeno l’università ha il potere di elevare il pettegolezzo ad una forma di comunicazione meritevole di troppo approfondite analisi. Certo, il problema di chi insegna cosa nei corsi universitari sui quali si riflettono le nuove tecnologie come Scienze delle Comunicazioni, è oggi un po’ ovunque una questione scottante ed in gran parte irrisolta: nel giro di pochi anni ci si è trovati di fronte alla necessità di insegnare una materia che non poteva avere docenti preparati ed esperti, spuntata com’è praticamente dal nulla e fortemente scollegata da ogni contesto culturale precedente. Chi può insegnare Internet all’università, oggi? Tutti e nessuno. I secondi spesso assai meglio dei primi.

La formazione accademica e l’attitudine all’insegnamento sono così andate a carte quarantotto e da simili mutazioni sono usciti “professori” universitari come Francesco Carlà, ex fissato di videogiochi con laurea al Dams, oggi convertitosi al trading online, uno che ama definirsi senza troppi giri di parole “filosofo della nuova economia”, che insegna “Sistemi e Comunicazione” alla Università La Sapienza, o come Riccardo Staglianò, giovane giornalista di Repubblica esperto di cose di Internet, che da qualche anno insegna “Teoria e tecnica dei nuovi media” alla terza Università di Roma.

Vorrei abbandonare per un istante il sillogismo “se Sgarbi fa il sottosegretario ai beni culturali allora…” ma l’elevazione a docenti universitari di degne persone senza alcuna esperienza accademica come Carlà e Staglianò (consiglio vivamente un’occhiata alla homepage su Internet di quest’ultimo datata 1996) ci racconta, in realtà, una seria difficoltà alla quale si è dovuto in questi ultimi anni far fronte: il mondo è cambiato improvvisamente e noi ci siamo trovati senza punti di riferimento per comprendere cosa stava accadendo. Nessuno in giro che ci capisse nulla. Internet è entrata di prepotenza nelle nostre vite, scuotendole dal profondo, e di questa accelerazione è stato ed è necessario dar conto dentro le scuole e nelle università, così come sui mezzi di informazione, nelle aule della politica, dentro le aziende e perfino nei tribunali.

Ma con che risultati? Intendo dire: se oggi qualcuno mi chiedesse chi è in grado di insegnare tecnica dei nuovi media in una qualsiasi università io davvero non saprei rispondere. O forse risponderei “nessuno”. Contemporaneamente esiste certamente una “tecnica dei nuovi media” e si deve trovare il modo di parlarne.

Così, fuori dalla provocazione su D’Agostino e sulla banale constatazione che certi docenti hanno gli stessi titoli per insegnare Internet in un corso universitario di altre migliaia di persone, il problema di “chi insegna cosa” sembrerebbe rimanere senza soluzione. A meno che non si vogliano affrontare gli eventi con il coraggio e la velocità che emergenze simili richiederebbero, per portare dietro le cattedre delle nostre università alcuni fra i tanti che hanno contribuito a far crescere la rete in Italia in questi suoi primi anni. Tornerei volentieri dietro i banchi di un’aula scolastica se Andrea Monti mi parlasse di diritto ai tempi di Internet, se Sofia Postai venisse a spiegarmi quale linguaggio si usa sul web o se Giancarlo Livraghi si trasformasse in sociologo dell’era digitale. E sono solo i primi che mi vengono in mente. Fermo restando che perfino costoro dovrebbero dimostrare anche una capacità di insegnare quanto sanno, che resta da verificare e che non è per nulla secondaria.

Ma attendersi dall’università italiana scelte del genere sarebbe come chiedere a un fossile del paleolitico di ballare una polka ed allora, per chissà quanto tempo ancora, dovremo adattarci all’idea di continuare a cercare fuori dalle scuole (e fuori dalle redazioni dei giornali, fuori dal parlamento e dai tribunali) qualcuno che capisca davvero dove sta andando il nuovo mondo, accettando, seppur di malavoglia, l’idea che le tracce della intelligenza digitale invece che concentrate nei luoghi deputati, vaghino in solitudine, emettendo flebili segnali, dentro le maglie del world wide web.

Massimo Mantellini

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02 12 2001
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