Contrappunti/ Se YouTube e TV pari sono

di Massimo Mantellini - Il prevedibile ricorso a YouTube dei politici che vogliono rivolgersi al pubblico in modo diretto non porta al momento alcun beneficio tangibile per gli elettori. La ragione è ovvia
di Massimo Mantellini - Il prevedibile ricorso a YouTube dei politici che vogliono rivolgersi al pubblico in modo diretto non porta al momento alcun beneficio tangibile per gli elettori. La ragione è ovvia

Il partito laburista inglese apre un canale su YouTube. I più caustici la considerano una mossa tardiva e disperata, per controbattere una scelta analoga di David Cameron, il candidato conservatore alle prossime elezioni inglesi: nonostante questo, la discesa di Tony Blair e dei suoi su YouTube è certamente una notizia di rilievo, in grado di polarizzare l’attenzione dei media e degli elettori sugli strumenti utilizzabili in rete per la campagna elettorale e la comunicazione politica in genere.

In un paese come la Gran Bretagna che gode di uno sviluppo della rete superiore a quello dei suoi partner europei, la campagna elettorale su Internet per le prossime elezioni del Premier è da molti considerata come un laboratorio nel quale immaginare cosa accadrà ai rapporti fra politica e rete nei prossimi anni in Europa.

E in questo senso sia la nascita di Webcameron (il sito web in gran parte basato su contributi video di David Cameron) sia la creazione di un canale Labour su YouTube, rappresentano un paradigma abbastanza chiaro delle intenzioni di utilizzo dello strumento elettronico da parte dei partiti inglesi.

La parola chiave del breve discorso di introduzione su Youtube di Tony Blair è certamente unmediated che potremmo tradurre con “non mediato”. La preoccupazione del partito laburista (ma anche credo di tutti i partiti europei) è quello di disporre di un canale di comunicazione diretto – senza intermediari che ne possano adulterare il senso – fra se stessi ed i potenziali elettori. In altre parole la disintermediazione – concetto molto caro a chi si occupa di economia dei contenuti in rete – e gli strumenti tecnologici che la consentono, servono oggi ai politici per proporsi direttamente ai cittadini.

Si tratta di una aspirazione certamente rispettabile ma al contempo piuttosto deludente. Anche nell’ipotesi in cui non esistano canali altrettanto disintermediati di comunicazione politica (in Gran Bretagna dove una parte della stampa conserva un minimo di autonomia forse è così, ma in Italia per esempio no, visto che i media sono fortemente asserviti alla comunicazione politica) la rete Internet, pur con i dovuti aggiustamenti, diventa semplicemente un utile duplicato della tribuna televisiva: si guadagna forse in trasparenza ed immediatezza del messaggio politico ma si perde molto in termini di interazione. Per lo meno rispetto ad altri strumenti disponibili. Per riequilibrare questo gap non è un caso che David Cameron (evidentemente ben consigliato) dedichi spesso alcuni dei suoi videopost a rispondere alle mail dei cittadini che chiedono ragguagli ed informazioni sui punti programmatici del partito conservatore su questioni di interesse pubblico (con curiosi fenomeni di scavalcamento visto che oggi i conservatori in GB sono contrari alle raccolte di dati sensibili dei cittadini imposte dal governo Blair e sono più a sinistra dei laburisti in materia di ambiente), ma ci troviamo ancora una volta di fronte ad un confronto elettronico verticale e gerarchico, nel quale “l’emettitore” detta i tempi e le modalità eventuali dell’interazione.

Mentre alcuni strumenti di comunicazione come i weblog testuali costringono ad una sorta di parificazione del politico – dotato di semplici parole e punti di vista, sentimenti e racconti della vita di tutti i giorni in grado di avvicinarlo all’uomo della strada in maniera significativa, con la non trascurabile aggiunta della possibilità da parte del cittadino di esporre nei commenti analoghi punti di vista con i medesimi strumenti – i presidi di comunicazione scelti dalla politica inglese per le prossime elezione hanno come effetto evidente quello di verticalizzare la comunicazione. Il politico comunica in video ed eventualmente risponde (quando e se lo riterrà) in video alle istanze testuali dei cittadini.

Questo non significa che lo strumento video debba essere in qualche misura ignorato, ma certamente un suo utilizzo convenzionale restituisce la utile ed agognata centralità al politico, quella centralità che invece la rete Internet contribuisce in qualche misura a ridurre.

Lo stesso accade a quella sparuta avanguardia di politici italiani che iniziano a prestare attenzione agli strumenti alternativi che la rete Internet rende disponibili. Lasciando stare la deprecabile idea (molto di moda in questi mesi) di politicare o fare qualsiasi altra cosa su Second Life, anche certe avanguardie nostrane come il vulcanico Antonio Di Pietro hanno iniziato ad affiancare ai post sul proprio blog brevi filmati caricati su Youtube (nel caso di Di Pietro una sorta di riassunto delle riunioni del Consiglio dei Ministri) immaginando che i propri elettori apprezzeranno il gesto.

Ma se i weblog possono mostrare la voce vera del politico che lo gestisce (possono, non è detto che lo facciano), aggiungendo umanità, possibilità di dialogo e un punto di vista personale, in genere sconosciuto alle cose della politica, la “yuotubizzazione” della politica, nelle forme che abbiamo visto fino ad oggi, toglie invece che aggiungere. Ristabilisce vecchi confini che si sperava cancellati, innalza la barriera semitrasparente della “postproduzione”, in grado di confondere ed edulcorare con facilità qualsiasi messaggio. Esattamente lo stesso accade oggi in TV, quando il politico di turno interrompe il giornalista del TG ordinandogli di “rifare la domanda” visto che il tono della voce della sua risposta non gli era parso così incisivo ed ammiccante da poter efficacemente colpire il povero telespettatore di turno.

Massimo Mantellini
Manteblog

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09 04 2007
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