Contrappunti/ Social, vado a nanna!

di M. Mantellini - Facebook no, Twitter neppure, Google+ neanche. C'è bisogno di ritrovare la dimensione intima del sociale. Perché raccontare i fatti i propri in broadcast richiede un'attenta selezione
di M. Mantellini - Facebook no, Twitter neppure, Google+ neanche. C'è bisogno di ritrovare la dimensione intima del sociale. Perché raccontare i fatti i propri in broadcast richiede un'attenta selezione

Sono andato a rileggermi cosa scrivevo in un Contrappunti di alcuni anni fa a proposito della nascita di Twitter, chiedo perdono per l’autocitazione ma mi è utile per ciò che vorrei dirvi oggi:

Le voci in ascolto, se ci pensate, sono quelle delle nostre case: il rumore di fondo, naturale e conosciuto, della nostra vita di relazione. Twitter estende un simile ambiente, ma lo fa senza costringerci troppo lontano. Le voci casuali delle persone che conosciamo ci seguono flebilmente, lampeggiano sullo schermo se siamo on line oppure vibrano nel telefono cellulare se siamo in viaggio, ma proprio per la scarsa rilevanza dei contenuti non partecipano, se non marginalmente, al carico informativo della nostra giornata. Non si aggiungono ai siti web, alle telefonate, ai quotidiani da leggere, ai libri ed a tutto il resto. Ne fanno semplicemente da contorno.

Da allora più e più volte ho sponsorizzato con entusiasmo la “comunicazione irrilevante” che per primi i creatori di Twitter avevano immaginato come spazio elettronico di relazione; curiosamente, in questi anni Twitter è poi diventata tutt’altro, abbandonando in fretta la propria deriva social, intima e crepuscolare per concentrarsi su differenti obiettivi. Che questo sia accaduto, come raccontano i suoi fondatori, perché la piattaforma ha seguito nel suo sviluppo la direzione prevalente imposta dai suoi utilizzatori o che invece tutto ciò sia stato, semplicemente, perché i modelli di business che afferiscono all’intimità degli utenti presto o tardi sbattono il muso su quella stessa intimità, non ha oggi molta importanza. Questo lungo preambolo serve solo per dirvi che quello che faceva Twitter agli esordi ora mi pare lo faccia egregiamente un piccolo social network mobile che prende il nome di Path.

Come spesso accade in questi casi ho iniziato ad utilizzare Path, benché la piattaforma esista da un po’ , solo da pochi giorni, sull’onda di un piccolo movimento di adozione agitato da parte di alcuni amici: da subito questa piccola app per iPhone o Android mi è sembrata lo stesso piccolo genio che era il Twitter agli esordi. Il “What are you doing?” ( cosa stai facendo? ) di allora oggi è sostituito dalla metafora di un percorso, costruito in buona parte di piccoli origami irrilevanti: per esempio Path dice ai tuoi amici – se ti va – che musica stai ascoltando, a che ora vai a letto, o a che ora ti sei svegliato. Piccole informazioni che – evidentemente – potranno essere interessanti per un piccolo numero di persone a noi molto vicine.

La ristrettezza del percorso è ben evidente nell’interfaccia, che è limitata agli strumenti in mobilità e che soprattutto è quantitativamente piegata al numero di Dunbar . Quanti “veri amici” ciascuno di noi può avere in tutto? Non più di 150 dice il celebre studio del professore di Oxford, e così Path riduce a 150 il numero delle persone con le quale possiamo collegarci sulla piattaforma. La comunicazione intima ha regole e caratteristiche proprie, molto differenti da quelle di altri ambiti di rete, Path cerca di trovare un proprio spazio interpretandole.

L’interfaccia per iPhone che ho utilizzato in questi giorni è brillante, semplicissima ed intuitiva: come avviene spesso in piattaforme nuove alla ricerca di attenzione le assicurazioni sulla gestione del proprio profilo sono molto ampie e piene di certezze, per esempio a Path escludono di voler utilizzare i dati dei sottoscrittori verso terze parti, ma, al di là di tutto questo, Path oggi si candida a diventare uno strumento di relazione interessante proprio in virtù della propria volontaria insistenza verso le cerchie di relazione più intime.

I suoi creatori insistono molto sul fatto che Path sia “the modern journal for the modern era” ( il diaro moderno per l’età moderna ). Mi affascina la possibilità che Path sia un luogo di intimità elettronica con un numero molto limitato di persone (e per me, per esempio, 150 sono davvero troppe) che conosciamo e che stimiamo, un ambito nel quale il valore dei contenuti è residuale rispetto al sentimento di vicinanza che li precede. Un posto in cui scegliere di dire “Sto andando a dormire” alle poche persone al mondo per le quali una simile informazione ha un valore. E fossero anche solo cinque o sei, andrebbe bene lo stesso.

Massimo Mantellini
Manteblog

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