Danimarca, major sconfitte sul P2P

Il giudice stabilisce che occorre dimostrare l'effettiva responsabilità di un individuo. Non basta risalire semplicemente al suo IP. È la seconda volta che accade
Il giudice stabilisce che occorre dimostrare l'effettiva responsabilità di un individuo. Non basta risalire semplicemente al suo IP. È la seconda volta che accade

Nella pacifica Danimarca non basta una connessione wireless aperta per venire condannati per violazione della privacy. Nella nazione in cui, più che altrove, gli ISP controbattono fermamente al cipiglio orwelliano del controllo distribuito degli utenti che IFPI vorrebbe diventasse pratica comune tra i provider di connettività del mondo intero, la giustizia si dimostra sufficientemente aperta alla modernità da distinguere tra indirizzo IP, aleatorio per definizione, e persona fisica: scagionando presunte piratesse del P2P e ora anche un sedicente pirata di mezza età.

È la cosiddetta “difesa del wireless”, che ha permesso alle due donne di cui sopra di risolvere con successo la querelle legale con le major: lo stesso tipo di principio applicato ancora una volta nel caso di un uomo della città di Randers. Accusato di aver praticato file sharing violando le norme sul diritto d’autore, il “pirata” è stato inizialmente condannato a pagare 11mila dollari in compensazione del reato da lui commesso.

L’uomo ha però continuato a sostenere la propria tesi, vale a dire di non aver mai fatto alcunché di quanto sostenuto dai legali di IFPI: la sua connessione, veicolata da un router di tipo wireless, non aveva alcun tipo di cifratura e, nonostante egli vivesse solo, la collocazione della casa in un complesso con altre abitazioni attigue avrebbe in pratica permesso a chiunque di sfruttare l’accesso alla rete .

Difeso da Per Overbeck, lo stesso avvocato responsabile della vittoria delle due donne nel precedente caso di P2P wireless, il presunto condivisore si è appellato alla Vestre Landsret (o Alta Corte della Danimarca Occidentale), che ha infine accolto la “wireless defense” secondo il principio che un indirizzo IP non basta a dimostrare un reato .

IFPI non ha presentato prove sufficienti a corroborare le proprie accuse, ha deciso la Corte, e l’uomo va pertanto scagionato. Overbeck evidenzia le differenze tra il caso precedente e quello di Randers: le due donne vivevano in un ambiente domestico con più PC, a cui avevano accesso più persone. Differenze che non sono comunque state d’intralcio alla riaffermazione del principio della “wireless defense”.

Torben Steffenson, avvocato rappresentante di IFPI al processo, non ha rilasciato dichiarazioni sulla nuova sconfitta dei suoi assistiti, ma si prevede che porterà la vicenda sino alla corte suprema danese. Alle major non fa ovviamente piacere accumulare sentenze a proprio sfavore, pericolosi precedenti che rischiano di mandare a monte il lavoro di anni nella ormai storica crociata contro il file sharing .

Alfonso Maruccia

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08 10 2008
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