Dmin.it, un chiarimento sull'appello a Rutelli

Giuseppe Corasaniti, Fiorello Cortiana, Marco Pierani e Guido Scorza aggiungono nuove tessere al mosaico del dibattito su una delle più articolate proposte di riforma della gestione del diritto d'autore nell'era digitale
Giuseppe Corasaniti, Fiorello Cortiana, Marco Pierani e Guido Scorza aggiungono nuove tessere al mosaico del dibattito su una delle più articolate proposte di riforma della gestione del diritto d'autore nell'era digitale

L’appello lanciato, nei giorni scorsi dalle pagine di questa testata, da Leonardo Chiariglione al Vice Presidente del Consiglio Francesco Rutelli affinché l’Italia non imiti l’esempio francese in materia di lotta alla pirateria audiovisiva on-line, ha riacceso il dibattito sul futuro dei contenuti digitali in Rete e, più in generale, sui rapporti tra diritto d’autore e nuove tecnologie.
Si tratta di questioni complesse, sulle quali è difficile esprimere posizioni ed articolare proposte in forma sintetica senza esporsi a facili critiche ed eccezioni.

Per questo, come era, probabilmente, prevedibile l’Appello di Leonardo Chiariglione e la scelta di quanti hanno deciso di aderirvi non ha mancato di sollevare polemiche e perplessità che hanno preso corpo e concretezza, tra l’altro, in alcuni begli articoli apparsi su questo stesso giornale nei giorni scorsi a firma di Andrea Rossato, Paolo Nuti, Marco Calamari ed un gruppo di amici di Frontiere Digitali.

Tale dibattito è di per sé un risultato positivo e la fiamma che lo tiene acceso va alimentata affinché con il contributo di tutti si possa pervenire all’individuazione di quella posizione di equilibrio tra i contrapposti interessi che, ormai da anni, si confrontano sul difficile terreno dell’accesso alla cultura digitale.

Occorre, d’altra parte riconoscere che proprio tale dibattito ha messo in luce il ruolo improprio di supplenza che l’appello si è trovato a giocare in mancanza di una costante azione istituzionale che, con modalità di partecipazione multistakeholder, costituisca il retroterra della definizione delle politiche pubbliche in relazione alla governance di Internet.

Un Appello aperto all’adesione di persone diverse per estrazione, competenza, esperienza, interessi e convinzioni è sempre e necessariamente una soluzione di compromesso nella quale difficilmente ciascuno si riconosce integralmente e, più di frequente, ognuno vi rintraccia uno o più principi in forza dei quali ritiene opportuno mettere da parte le sfumature del proprio pensiero o della propria opinione per contribuire all’attuazione di un progetto più ampio.

La lettera aperta di Paolo Nuti al direttore di questa testata ne è un esempio evidente.
Paolo Nuti ha sottoscritto, tra i primi, l’appello eppure ha poi avvertito l’esigenza di chiarire la sua personale posizione sulla soluzione francese all’antipirateria, “salvandola” in una percentuale importante e condannandola – o meglio riservandosi di farlo – in altra misura.
Altrettanto hanno ritenuto di fare gli amici di Frontiere digitali.
Quando si sceglie di aderire ad un appello, forse, lo si dovrebbe leggere a fondo e poi assumere una
decisione di tipo “binario” ma non c’è niente di strano in qualche ripensamento che appartiene, tutto sommato alla dialettica democratica che non dovrebbe mai mancare.

C’è un minimo comun denominatore che unisce tutti i firmatari dell’Appello, ferme restando le diversità talvolta profonde nel guardare a quella congerie di problemi e questioni che si intrecciano quando si parla di proprietà intellettuale nella società dell’informazione.

Ciascuno degli aderenti, probabilmente, potrebbe dire la sua, scrivere la sua personale lettera al direttore, prendere le distanze da taluni aspetti e sottolineare la vicinanza ad altri.
Andrea Rossato non ha firmato l’appello eppure – come è giusto che sia – ha ritenuto di criticarne fortemente il contenuto così come la scelta dei suoi firmatari di aderirvi.
Non è questa la sede e non è nostra intenzione prendere le difese dell’appello o dei suoi firmatari anche perché, probabilmente, non ne saremmo capaci non conoscendo i limiti e le ragioni che hanno indotto ciascuno ad aderirvi.

Riteniamo, piuttosto, utile prendere posizione su talune perplessità sollevate da Rossato che sono, probabilmente, sintomo di un fraintendimento della filosofia sottesa all’appello di Leonardo Chiariglione forse dovuta alla poca chiarezza del documento o forse ad una scarsa predisposizione d’animo del lettore ad afferrarne il contenuto.

Rossato traccia un parallelo tra l’utilizzo dei DRM e una concezione della proprietà intellettuale a suo dire “assolutistica” e “premoderna” che, francamente, si fa fatica a seguire.
Il DRM – ivi incluso l’iDRM, interoperabile e rispettoso dei diritti degli utenti di cui alla proposta Dmin – è una tecnologia assolutamente neutra rispetto al diritto così come alle scelte negoziali delle parti.
È per questo che la sua adozione non è suscettibile – forse dovremmo dire “sfortunatamente” – di modificare in alcun modo il sistema della proprietà intellettuale né di renderlo più o meno moderno o assolutistico.

Come è reso evidente dal contenuto della proposta di legge elaborata in seno al progetto DMIN e che al momento una pattuglia di “volenterosi” sta cercando di far confluire – non senza rilevanti modifiche frutto di importanti e doverosi compromessi – nei lavori del Comitato consultivo sul diritto d’autore, l’idea alla base della soluzione proposta, non è quella di imporre l’utilizzo di uno specifico DRM “di Stato” ma, al contrario, di far sì che, laddove il titolare dei diritti d’autore – nell’esercizio di una facoltà espressamente riconosciutagli dall’Ordinamento – ritenga di assistere le sue opere con un misura tecnica di protezione e gestione dei diritti, lo faccia utilizzandone una insuscettibile di precludere agli utenti il pieno esercizio dei diritti loro spettanti per legge e per contratto: l’utilizzo dell’opera su ogni lettore, la trasparenza delle condizioni negoziali ed il rispetto della propria privacy.

Ciascuno di noi, per ragioni diverse e con differente intensità auspica una profonda revisione del sistema della proprietà intellettuale che, evidentemente, arranca dinanzi alle nuove dinamiche della società dell’informazione e sogna una Rete che dia l’accesso ad uno sterminato patrimonio di cultura digitale accessibile da chiunque senza sistemi di protezione e gestione dei diritti di sorta.

Sarebbe bello ma, sfortunatamente, occorre prendere atto che così non può essere perché, allo stato – per ragioni che non si possono approfondire in questa sede – il mercato della cultura digitale evidenzia chiari segni di crisi e smarrimento e, seppur in molte parti discutibili, rimangono i vincoli del Trattato Wipo e delle Direttive rilevanti dell’Unione europea all’interno dei quali occorre muoversi per fare proposte percorribili a livello nazionale e non accontentarsi di portare avanti battaglie di bandiera senza possibili implementazioni pratiche, per il momento.

Tra gli utenti ed i consumatori di opere digitali vi è una scarsa consapevolezza del valore dell’immateriale e della proprietà intellettuale ed un’alta propensione ad accedere gratis a ciò che gratis è accessibile.

Non si può, d’altra parte, chiedere ai titolari dei diritti di rinunciare alla loro remunerazione, remunerazione che assicura – o dovrebbe assicurare – il futuro e lo sviluppo della cultura digitale.
In tale contesto non sembra possibile individuare una terza strada: o si segue l’esempio francese e si trasforma la Rete – nonostante gli sforzi compiuti da Paolo Nuti di minimizzare – in una realtà a controllo globale o ci si piega a modelli tariffari coerenti con la condivisione dei contenuti che la rete consente e all’utilizzo di software intelligenti di gestione dei diritti, avendo cura di fare in modo che essi rispettino utenti, consumatori e le potenzialità della rete come impresa cognitiva collettiva .

La convinzione che tale seconda soluzione sia quella giusta, ci ha indotto a firmare l’appello di Leonardo Chiariglione e ci suggerisce oggi di chiarirne le ragioni per proseguire un dibattito che riteniamo fondamentale per lo sviluppo di una politica della conoscenza in Rete e fuori dalla Rete.
Tale Appello, nelle nostre intenzioni, mira a sottolineare l’esigenza di trovare una soluzione tecnica equilibrata e trasparente che consenta ad autori ed editori di essere tutelati almeno rispetto a violazioni macroscopicamente evidenti.
A tal fine riteniamo necessario avviare un processo di profonda ridefinizione delle responsabilità civili e penali in chiave aperta e moderna anche attraverso una revisione sociale della legislazione in vigore.

Ogni ricerca scientifica – compresa quella di Chiariglione – deve porsi il problema delle regole giuridiche e delle responsabilità,anche solo deontologiche, conseguenti all’innovazione ed alla tecnologia,ma la ricerca è un “percorso”,appunto per individuare,definire e migliorare gli interessi sociali che talvolta proprio l’innovazione fa scaturire; non possiamo certo convenire che debbano essere sempre (prima) gli interessi sociali (o privati) a indirizzare in una direzione o un’altra la ricerca scientifica.

Insomma le regole giuridiche sono il frutto della società e il risultato di un’azione consapevole dei gruppi sociali organizzati ma i problemi ci sono e ci saranno sempre e non possono essere risolti sempre con posizioni pregiudizialmente critiche “perchè tanto il mondo finirà per cambiare “..è vero ma se non si muove nulla, se nessuno contrasta regole anacronistiche e draconiane venute dall’alto ed imposte unilateralmente, la loro definizione spetterà solo ai soggetti economicamente più forti e meglio organizzati..ed ecco perché l’appello – ci sembra – va nella direzione giusta, e le critiche così come le “astensioni” noi le comprendiamo e le accettiamo tutte volentieri senza scomporci..perché ne intendiamo il senso e le ragioni.

Giuseppe Corasaniti
Magistrato e docente Universitario già presidente del Comitato consultivo per il diritto d’autore

Fiorello Cortiana
Comitato Consultivo per la Governance di Internet

Marco Pierani
Responsabile Relazioni Esterne Istituzionali, Altroconsumo

Guido Scorza
Avvocato, Docente di diritto dell’informatica, Università di Bologna

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11 12 2007
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