Ecco quanto vengono spiati i lavoratori

Agghiaccianti i dati che arrivano dagli Stati Uniti, a pochi giorni dalla decisione del Garante che approva questa pratica anche per l'Italia
Agghiaccianti i dati che arrivano dagli Stati Uniti, a pochi giorni dalla decisione del Garante che approva questa pratica anche per l'Italia


Roma – Un terzo dei dipendenti americani che utilizzano computer e internet per lavoro viene monitorato, spiato, indagato dai propri superiori. Lo afferma uno studio della Privacy Foundation (PF), che sta alzando parecchia polvere negli Stati Uniti.

Secondo gli esperti della PF, sono 14 milioni gli impiegati americani la cui email e le cui attività internet sono continuamente sottoposte a monitoraggio. Un dato che supera di gran lunga quello di tutti gli altri paesi, visto che nel mondo la PF stima che siano complessivamente 27 milioni coloro che lavorano in queste condizioni.

Questo rapporto è una “prima assoluta”, perché per la prima volta si tenta di capire quale sia l’estensione e la “pesantezza” del monitoraggio effettuato sul luogo di lavoro, basandosi su quanto espresso dagli stessi lavoratori e mettendo questi dati in relazione ai risultati di mercato ottenuti dalle softwarehouse che realizzano i sistemi di monitoraggio. “Il rapporto – spiega la PF in una nota – non si occupa tanto di analizzare i controlli casuali, quanto di verificare la presenza di monitoraggi continuativi, perpetui”. Va detto, comunque, che l’80 per cento dei dipendenti americani, secondo la PF, è soggetto a controlli casuali.

Lo studio dimostra come, alle aziende, le attività di monitoraggio costino solo una decina di dollari l’anno per ciascun impiegato, un costo basso che si traduce in un aumento progressivo della quantità di lavoratori controllati.

Secondo Andrew Schulman, esperto della PF, questi dati dimostrano come la direzione sia quella di controllare qualsiasi attività avvenga in ufficio o in azienda. Schulman sostiene che questi programmi di controllo non differiscono “dal piazzare telecamere in qualsiasi posto uno vada”. D’altra parte, conferma Schulman, le leggi americane consentono al datore di lavoro, laddove non sia espressamente affermato il contrario, di controllare tutto quello che fa l’impiegato dalla propria postazione di lavoro. E questo vale anche per le telefonate di lavoro, che possono essere soggette a monitoraggio senza preavviso.

Questa tendenza al “monitoraggio dei dipendenti” prenderà piede anche in Italia? La strada sembra in discesa da quando, pochi giorni fa, il Garante per la privacy ha chiarito che le imprese possono verificare il corretto utilizzo dei materiali offerti ai propri dipendenti per la produttività sul lavoro.

Il datore di lavoro italiano che oggi voglia controllare chi e come utilizza gli strumenti informativi messi a disposizione in azienda, lo può fare senza compiere alcuna violazione dello Statuto dei lavoratori.

Secondo il Garante Stefano Rodotà “il diritto alla riservatezza dei dipendenti non può mutare il titolo di proprietà della strumentazione informatica che è e rimane dell’impresa”. Questo consentirebbe di leggere, per esempio, la posta elettronica dei dipendenti? Pare proprio di sì, anche se Gaetano Rasi, che fa parte dell’Autorità garante, ha spiegato: “Fatte salve le regole del buonsenso”.

E’ ancora presto per dire come procederà questo “fronte”, ma è evidente che si è aperta anche da noi una nuova fase del rapporto tra datore di lavoro e dipendente, e tra quest’ultimo e internet. D’ora in poi, con pochi clic su un software adeguato, il datore di lavoro saprà cosa il lavoratore combina con i suoi strumenti informatici. E potrà decidere di conseguenza.

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09 07 2001
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