Egitto e Cina, blogger nel mirino

Clamorosa conferma in appello della condanna contro Kareem Amer in Egitto, che sbriciola ulteriormente l'immagine del paese. Pechino, intanto, avverte i blogger: vi seguiremo più da vicino

Roma – Confermata in appello la pena comminata al giovane blogger egiziano Kareem Amer: lo riporta AFP ed è una notizia destinata a creare ulteriori falle nell’immagine internazionale dell’Egitto, che si conferma giorno dopo giorno paese di censure.

Il caso di Kareem è clamoroso: lo studente egiziano di soli 22 anni era stato arrestato a novembre per alcuni post considerati “sovversivi” pubblicati nel suo blog (alcuni si possono leggere in inglese presso Free Kareem , il sito dell’organizzazione che preme per la sua liberazione). Reo di aver insultato il presidente egiziano Hosni Mubarak , giudicato colpevole di vilipendio nei confronti dell’Islam, Kareem tenterà la via di un nuovo appello, ma la strada è tutta in salita.

Il presidente egiziano Grande la delusione dei netizen che, dopo l’oceano di critiche piovute sulla sentenza di primo grado, si aspettavano un ribaltamento di quella decisione. Il gruppo Free Kareem, però, sembra non rassegnarsi: ha prontamente chiesto la liberazione del giovane direttamente al presidente Mubarak (nella foto). Mantenere con fermezza la condanna danneggia l’immagine dell’Egitto , dicono unanimi i blogger, mentre “rilasciare immediatamente Kareem mostrerebbe alla comunità internazionale che l’Egitto è pronto a rispettare la libertà di espressione e che può assumere un ruolo nel plasmare il futuro di Internet”. Free Kaarem si riferisce alla proposta egiziana di ospitare l’ Internet Governance Forum del 2009, proposta che secondo Reporters Sans Frontières (RSF) le Nazioni Unite devono rifiutare .

La conferma della condanna di Kareem pone l’intero paese in una posizione difficile: l’Egitto ha ratificato convenzioni per i diritti umani, e il presidente Mubarak promette da anni di voler eliminare la detenzione per i reati a mezzo stampa ma, nel frattempo, la libertà di espressione viene sistematicamente negata . Eloquente, in merito, la lettera inviata al Washington Post dall’ambasciatore egiziano negli Stati Uniti, prima del processo in appello: “La libertà di espressione in Egitto è tutelata dalla Costituzione e dal quadro legislativo. Comunque non è un diritto assoluto”. Prosegue, l’ambasciatore: “Una tutela legale contro la diffamazione delle religioni esiste per prevenire quel fanatismo e quell’intolleranza che la società egiziana non accetta”.

Il caso di Kareem, riferisce RSF, funge da precedente: “Una minaccia ora pende sul capo di tutti gli utenti Internet egiziani: temiamo che si possano verificare altri arresti e chiusure di siti”. Una previsione confermata dai fatti. Lo stesso giudice Abdel Fattah Murad che ha condannato in appello Kareem Amer, riporta AFP , ha chiesto che venissero chiusi 21 siti e blog , rei di essersi scagliati contro Mubarak. Molti sono siti di giornali, altri rappresentano organizzazioni per la tutela dei diritti umani. Fra queste ultime anche HRInfo , legata in un’intricata trama di collegamenti a Kareem e al giudice Murad. L’organizzazione è presieduta da Gamal Eid, avvocato difensore di Kareem. HRInfo.org vanta un debito nei confronti del giudice: pare che Murad, per un suo libro, abbia attinto ad un report dell’organizzazione, snaturandone i contenuti ed evitando di citarlo fra le fonti. Accomunata all’Egitto per essere stata annoverata da RSF nella lista dei tredici nemici di Internet, la Cina, nei giorni scorsi, ha annunciato di voler regolamentare e controllare più da vicino le pubblicazioni su Internet. Blog compresi.

Reuters riporta infatti le parole del direttore dell’ente cinese di regolamentazione della stampa, Long Xinmin: “In un momento in cui Internet cresce a dismisura, la vigilanza del governo e i mezzi per il controllo devono affrontare nuove questioni”, ha riferito al Parlamento della Repubblica Popolare nei giorni scorsi.

I blog cinesi, che si stima abbiano raggiunto i 34 milioni nei mesi scorsi, rappresentano per Pechino una sfida crescente. Non vengono forniti dettagli tecnici riguardo al modo in cui verrà affrontata la questione, tuttavia è notorio il ricorso al pugno di ferro: arresti , censure , obbligo di identificazione .

Proprio la scorsa settimana, inoltre, il governo cinese ha bloccato per qualche tempo l’accesso alla piattaforma di blogging LiveJournal . Il blocco, ha dichiarato a Wired Xiao Qiang, dissidente e fondatore di China Digital Times , coincide con il riunirsi dell’Assemblea Nazionale del Popolo: “il controllo è più pressante perché il governo vuole evitare che si diffondano opinioni politiche”.

Riguardo alle misure in arrivo, però, Long Ximin ha dichiarato che “la libertà di espressione dei cittadini verrà tutelata appieno”.

Gaia Bottà

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  • Anonimo scrive:
    DI ?????!!!!
    Non vorrei leggere DI INTEL o DI NEGROPONTE, ne leggere di costi dei PC per questi scopi. OPEN !!! i progetti DEVONO essere OPEN. I paesi poveri devono essere in grado di autocostruirseli sti PC.
    • Anonimo scrive:
      Re: DI ?????!!!!
      Il fatto che un progetto sia "open", che mi sa un po' di puttana, non vuol dire che "i paesi poveri" possano comunque realizzarlo. Occorre danaro, tanto danaro, senza soldi non si canta messa...
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