Empatia e confessioni: dove il digitale non arriva

La comunicazione digitale limita il quantitativo di informazione che passa dal medium, tenendo fuori l'empatia e limitando alcune pratiche.
La comunicazione digitale limita il quantitativo di informazione che passa dal medium, tenendo fuori l'empatia e limitando alcune pratiche.

Non sempre nella dimensione “digitale” v’è un corrispettivo esatto di quel che è “reale”. Anzi, così non è, in generale, benché spesso si tenda superficialmente a prendere per buono tutto quel che vi si trova senza andare a fondo nella differenza tra le due esperienze. Online è possibile trovare un coacervo di soluzioni per ogni necessità, ma se in molti casi facilitano i compiti e avvicinano le persone, in altri casi sono un simulacro vuoto di realtà insostituibili. Non si potrebbe ad esempio assaporare un piatto di uno chef stellato attraverso un monitor, mentre è possibile ordinare online un piatto stellato e farlo recapitare a casa (perdendo l’esperienza in loco, ma entrando comunque in contatto con il sapore).

La digitalizzazione dell’empatia

Fa riflettere quanto spiegato sull’Osservatore Romano a proposito del sacramento della Confessione, secondo cui senza una compresenza tra confessore e confessando, il rito non ha validità. Il “luogo” del confessionale, insomma, è dato dalla prossimità tra due persone, senza la quale viene meno quel rapporto di reciproca segretezza ed empatia nel quale una confessione possa svolgersi con tutti i crismi:

Possiamo affermare la probabile invalidità della assoluzione impartita attraverso tali mezzi. Manca infatti la presenza reale del penitente e non si verifica reale trasmissione delle parole della assoluzione; si tratta soltanto di vibrazioni elettriche che riproducono la parola umana.

No alle confessioni via smartphone, insomma: non è così che un pentimento possa essere espresso. Chiaramente non è soltanto questione formale, benché uno sguardo esterno possa sminuire tale ragionamento: è questione di impostazione personale, di psiche, di capacità di addentrarsi nell’animo alla ricerca del pentimento e della Verità. Sebbene il cardinale Mauro Piacenza esprima il concetto dal punto di vista di chi riceve la confessione, lo sbilanciamento delle differenze pesa tutto sul confessato, il quale deve poter sapere che la sua voce arriva al confessore e ne possa ricevere feedback: il contesto della comunicazione ne determina il codice, modificando alla radice la natura della comunicazione tra le due parti.

Non a caso anche il mondo della psicologia sta affrontando con molta ritrosia l’uso degli smartphone. Sebbene in tempo di lockdown siano stati una soluzione di ripiego di grande utilità per sopperire alla distanza obbligata tra psicoterapeuta e assistito, fin da subito è stato chiaro come tale rapporto vada recuperato quanto prima in una dimensione personale, “offline”. L’assistenza psicologica tramite smartphone continua ad essere autorizzata, ma non può sostituire l’assistenza tradizionale: è invece un buon modo per un primo contatto con l’assistito, così come un buon modo per dare una assistenza più continuativa nel tempo. Tuttavia se la dinamica “digitale” diventa strutturale nel trattamento, saltano molti cardini del rapporto tra assistente ed assistito, mettendo in dubbio cardini sui quali la professione è stata costruita nel tempo.

Casi di questo tipo sono molti ed in molti ambiti: ci sono aspetti legati all’empatia che non si possono tradurre sui sistemi di comunicazione digitali per il semplice motivo per cui l’empatia stessa è costruita su fisicità, prossemia, sguardi, sensazioni. Fotocamera e monitor sono spesso refrattari al passaggio di una informazione completa, limitandosi a trasmettere dati strutturati, mirati, limitati e limitanti. Anche una dichiarazione d’amore, del resto, non sarebbe uguale se inviata in una videochiamata, senza stringere una mano, senza un incrocio diretto tra le pupille.

Il digitale ha consentito molto più del nulla, ma spesso anche molto meno del tutto. Non è colpa dello strumento, ma del fatto che non siamo soliti usarlo appieno. Dopo la pandemia tutto sarà diverso, ma in certi ambiti ci sarà ancora molta strada da compiere perché l’uomo stesso è basato su una comunicazione fatta di fisicità, intesa e compresenza. E un giorno, chissà anche preti e psicologi potranno assolvere al proprio ruolo con maggior efficacia, potendo entrare nel cuore e nella mente con un click. Prima di loro ci arriveranno però i commerciali, c’è da starne certi.

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08 12 2020
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