Occhiali AR connessi al cervello da Facebook

Dai laboratori di Facebook una tecnologia non invasiva in grado di interpretare risposte e comandi solo pensati da chi indossa un dispositivo.
Dai laboratori di Facebook una tecnologia non invasiva in grado di interpretare risposte e comandi solo pensati da chi indossa un dispositivo.

Non c’è solo Elon Musk con la sua Neuralink a sperimentare con l’idea di un’interfaccia di connessione uomo-macchina basata sul collegamento diretto di un dispositivo con il cervello: ricercatori e ingegneri del Reality Labs di Facebook stanno facendo altrettanto. L’iniziativa di cui torniamo a scrivere oggi fa riferimento a occhiali AR in grado di interpretare il pensiero di chi li indossa analizzandone l’attività neurale.

Facebook Reality Labs come Neuralink

L’idea è quella portata avanti da Mark Chevillet in collaborazione con la University of California San Francisco, che due anni fa ha promesso di poter realizzare una tecnologia non invasiva in grado di leggere nella mente delle persone e decodificare fino a 100 parole ogni minuto. Il risultato dello sviluppo fin qui condotto è ben riassunto dal video in streaming qui sotto: vengono poste delle domande e le risposte sono raccolte mediante il sistema, che seppur non ancora perfetto nel 100% dei casi si dimostra già parecchio affidabile.

Un approccio di questo tipo potrebbe un giorno arrivare ad offrire una speranza concreta a chi per le ragioni più disparate soffre di disturbi legati alla comunicazione, ad esempio a coloro che hanno subito danni cerebrali in seguito a un trauma o all’insorgere di una patologia neurodegenerativa. Il focus di Facebook sembra in ogni caso più legato a un ambito differente, come detto in apertura per la realizzazione di occhiali AR in grado di sovrapporre elementi virtuali al campo visivo. Una sorta di alternativa a Google Glass, però made in Menlo Park.

Ad occuparsi di interpretare le risposte, solo pensate e non pronunciate come i più tradizionali comandi vocali, algoritmi istruiti in modo da tenere in considerazione il contesto. Facendo riferimento al filmato d’esempio, se la domanda posta (“Quanto sei a tuo agio, da 1 a 10?”) presuppone una replica numerica e l’IA riceve in output qualcosa di simile a una parola (“Fine”), con tutta probabilità l’accuratezza può essere migliorata cercando una cifra che suona in modo simile (“Four”).

Non è in ogni caso dato a sapere in quale direzione evolverà il progetto né se arriverà mai a concretizzarsi con il debutto sul mercato di un dispositivo per la realtà aumentata in grado di leggerci nel pensiero. Considerando che a proporlo è un gruppo come Facebook, il cui raggio d’azione è già profondamente penetrato all’interno delle nostre vite, non fatichiamo a immaginare come un prodotto di questo tipo finirebbe al centro dell’attenzione per quanto riguarda le possibili implicazioni in fatto di privacy.

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