Facebook e il peso del gigante che non cambia

Chris Hughes, co-fondatore di Facebook, auspica uno split tra le componenti del social network, ma i reali problemi del gigante forse sono altri.

Si è soliti associare in modo esclusivo la figura di Mark Zuckerberg alla creazione di Facebook, ma il social network in blu ha quattro padri, tre dei quali hanno ben presto abbandonato il progetto. Tra questi anche Chris Hughes (insieme a Eduardo Saverin e Andrew McCollum) fuori dalla società fin dal 2007. Oggi 35enne, ha alle spalle esperienze professionali non esattamente di successo nel board della piattaforma Jumo e del magazine The New Republic. Un po’ a sorpresa ha firmato ieri un lungo intervento sulle pagine del New York Times.

Facebook: parla Chris Hughes

Tra gli argomenti toccati, Hughes focalizza l’attenzione sull’influenza esercitata dal social sugli utenti e sull’opinione pubblica: stando al suo parere innesca dinamiche che finiscono col tirar fuori il peggio dagli iscritti, penalizza il mercato frenando la crescita dei concorrenti ed esercita una forma di controllo unilaterale sulla libertà di espressione. Oltre a mettere in luce il problema, il co-fondatore propone una soluzione: smembrare il gruppo, facendo sì che Facebook, WhatsApp e Instagram tornino a essere realtà almeno separate se non del tutto indipendenti. Fa inoltre appello alle autorità USA affinché venga istituita una nuova agenzia delegata a stabilire linee guida su ciò che è da reputare accettabile online e su ciò che invece dev’essere bandito.

Poco chiare natura e finalità di quest’ultima proposta, considerando che già oggi Internet e i social non sono terra di nessuno e che la pubblicazione o condivisione di post e contenuti deve sottostare a quanto previsto dalle normative vigenti. Sarebbe semmai più corretto fare appello a un rafforzamento delle misure messe in campo affinché le leggi vengano rispettate, anche se l’implementazione delle modalità di controllo, siano esse automatizzate mediante algoritmi IA oppure manuali con la moderazione esercitata da collaboratori in carne e ossa, costituisce ormai da lungo tempo un delicato argomento di discussione. In merito all’altro punto, la prospettiva di divisione tra i diversi tasselli che compongono Facebook, la replica del gruppo di Menlo Park non si è fatta attendere e porta la firma di Nick Clegg, Vice President of Global Affairs and Communication della società.

Facebook accetta che il successo sia accompagnato da responsabilità. Ma le responsabilità non si impongono forzando la rottura di un’azienda americana di successo. La responsabilità delle società tecnologiche può essere innescata solo da un’attenta introduzione di nuove regole per Internet. È esattamente ciò che ha chiesto Mark Zuckerberg. Per questo incontrerà leader di governo in settimana, al fine di proseguire in questa direzione.

Hughes non è il solo a chiedere che le tre realtà tornino a operare come società indipendenti. La politica d’oltreoceano si divide tra chi appoggia l’idea e chi invece la ritiene inapplicabile. Tutti o quasi in ogni caso concordano sul fatto che le acquisizioni avrebbero dovuto essere valutate meglio e in maniera più approfondita, attribuendo parte delle responsabilità a organismi come la FTC. Difficilmente assisteremo a uno split, almeno a breve, anche in considerazione di quanto avvenuto negli anni scorsi a Google, che dopo aver ricevuto da più parti accuse non troppo dissimili ha optato per una completa riorganizzazione societaria passando dalla fondazione della parent company Alphabet e rendendo ogni progetto una sussidiaria.

Il gigante e il bisogno di cambiare

È trascorso parecchio tempo da quando i quattro hanno abbozzato il progetto Facebook tra le aule e i corridoi della Harvard University. Quella nata come una piattaforma destinata a una ristretta cerchia di studenti è oggi diventata una enorme comunità che riunisce 2,7 miliardi di persone da ogni angolo del pianeta. Un’entità forse cresciuta troppo e troppo in fretta, arrivando a innescare dinamiche da qualcuno ritenute fuori controllo e non più del tutto governabili, un corpo in continua espansione che fagocita informazioni tramutandole in profitti, spesso ponendo poca attenzione a ciò che questo comporta in termini di tutela della privacy e per una concorrenza che anziché rafforzarsi getta la spugna. Un gigante che talvolta sembra prossimo a inciampare, capitolando sotto il suo stesso peso, ma che nonostante le previsioni catastrofiche che giungono da ogni dove sta benissimo e continua a correre.

I problemi sui quali il co-fondatore pone l’accento sono reali, non potranno essere nascosti ancora a lungo sotto al proverbiale tappeto e prima o poi dovranno necessariamente essere affrontati, in modo volontario dalla società stessa oppure sotto la pressione delle autorità. Qualche segnale di quanto ci sia bisogno di un cambiamento già c’è, basta saperlo cogliere: dall’esplosione del caso Cambridge Analytica in poi molti hanno iniziato a guardare Facebook con occhio più attento, critico, prendendo coscienza di ciò che avviene sotto la superficie patinata delle bacheche social.

Ci sono grandi gruppi che abbandonano la piattaforma puntando il dito nei confronti delle modalità con le quali viene gestito il dialogo. La stessa azienda è al corrente di un malumore che va nemmeno troppo lentamente contagiando parte della community, tanto da portare il suo uomo solo al comando a formulare la promessa di riservare una maggiore attenzione a ciò che è da reputarsi l’inviolabile spazio privato dell’individuo. Una promessa ripetuta come un mantra, ma ancora non seguita da fatti concreti. Questo è forse ciò davvero spingerà Facebook a cambiare, la collettiva acquisizione di consapevolezza di un impegno preso e non mantenuto.

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  • Davide scrive:
    Facebook non invade la nostra privacy, siamo noi che decidiamo, con le nostre attività online, quello che vogliamo dare a Facebook (o ad altri social). Ogni strumento, se usato con conoscenza e coscienza, non rappresenta un problema. Il problema è che manca cultura e conoscenza (anche, ovviamente, per una precisa volontà politica).
Fonte: The New York Times
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