Gli ISP fermano la RIAA

Le major non potranno più chiedere ai provider i nomi degli utenti che intendono denunciare. La vittoria di Verizon è nettissima e non lascia margini di manovra ai discografici. Che sono costretti a scegliere una strada tutta in salita
Le major non potranno più chiedere ai provider i nomi degli utenti che intendono denunciare. La vittoria di Verizon è nettissima e non lascia margini di manovra ai discografici. Che sono costretti a scegliere una strada tutta in salita


Washington (USA) – Viene accolta da più parti con entusiasmo la clamorosa notizia della vittoria in appello di Verizon , il provider americano che si era fieramente opposto ai discografici della RIAA perché non voleva consegnar loro i nomi dei propri utenti sospettati di aver illegalmente utilizzato il peer-to-peer.

La corte d’appello di Washington ha emesso una sentenza chiarissima che addirittura in alcune sue parti considera “risibili” le tesi dell’industria. I magistrati hanno chiarito oltre ogni dubbio che Verizon non ha alcun obbligo a consegnare i nomi dei propri abbonati alle major.

Come si ricorderà, RIAA si era appellata al famigerato Digital Millennium Copyright Act (DMCA) per avere il diritto di chiedere ai provider i nomi degli utenti ritenuti colpevoli di abuso. Nel caso specifico, RIAA aveva inviato a Verizon una subpoena , cioè una richiesta vidimata dal Tribunale, per ottenere il nome di un utente, incontrando l’opposizione del provider. Secondo i giudici, che hanno così ribaltato la sentenza di primo grado , il DMCA semplicemente “non autorizza che si rilasci una subpoena ad un provider che agisce come mero veicolo per la trasmissione di informazioni inviate da altri”.

Il magistrato, Douglas Ginsburg, ha voluto sottolineare che “non siamo insensibili alle preoccupazioni di RIAA sull’ampia violazione che viene fatta dei diritti di proprietà intellettuale dei suoi associati né al bisogno di strumenti legali per proteggere quei diritti. Ma non sta ai tribunali, in verità, riscrivere il DMCA per far sì che contempli una nuova e imprevedibile infrastruttura internet, e non ha importanza quanto questa abbia danneggiato l’industria musicale o minacci le industrie del cinema e del software”. Inoltre, secondo il giudice è risibile l’argomentazione secondo cui la subpoena debba essere rispettata dal provider anche se i brani illegali passano solo momentaneamente sul proprio network.

La conseguenza più pesante della sentenza è il cambio di rotta che dovranno operare le major. Non potendo più individuare gli utenti prima di denunciarli, infatti, RIAA è costretta a sparare al buio sperando di prenderci e rischiando, invece, di moltiplicare all’infinito le numerose gaffe già registrate nell’accusare di comportamenti illegali persone chiaramente estranee a tale attività. Non solo, tutto questo renderà ancora più difficile per le major far digerire le proprie azioni legali agli americani. Ed è proprio questa la preoccupazione che emerge dalle parole dei dirigenti RIAA.

“Questa decisione – ha dichiarato il presidente RIAA Cary Sherman – non segue l’impostazione del Congresso né le prove evidenziate dal tribunale distrettuale. Sfortunatamente, ciò significa che non possiamo più inviare notifiche ai condivisori di file prima di denunciarli formalmente per offrir loro la possibilità di accordarsi al di fuori di un procedimento giudiziario. Verizon deve essere considerata la sola responsabile di quelle iniziative legali che ora useranno meno tatto nei confronti degli interessi dei suoi abbonati coinvolti in attività illegali”. “Noi – ha concluso Sherman – possiamo continuare, e continueremo, a denunciare chi si intrattiene in attività illecite”.

Inutile raccontare la soddisfazione di Verizon , provider che non ha mai voluto piegarsi alle richieste della RIAA affermando di voler rispettare il patto di riservatezza e tutela stretto con i propri abbonati. Il leader dei legali di Verizon, Sarah Deutsch, subito dopo la sentenza ha dichiarato che si tratta di una “importante vittoria per gli utenti internet e per tutti i consumatori. Il tribunale ha dismesso una procedura pericolosa che minacciava le garanzie legali degli americani e violava i loro diritti costituzionali”.

Entusiasmo per la decisione è giunta anche dalla Electronic Frontier Foundation (EFF) , secondo cui “hanno vinto gli utenti” perché “significa che non perdiamo il diritto alla privacy semplicemente connettendoci ad internet”. Ma apprezzamento è arrivato anche dall’industria informatica. La Computer and Communications Industry Association (CCIA) ha fatto sapere di essere “felice della sentenza di oggi che rispetta il significato della legge e la privacy degli utenti internet”.

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21 12 2003
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