Google, Nest, le smart home e l'Ambient Computing

Il rebranding di alcuni dispositivi Google Home, ora nella famiglia Nest, ci offre lo spunto per una riflessione sul concetto di Ambient Computing.
Il rebranding di alcuni dispositivi Google Home, ora nella famiglia Nest, ci offre lo spunto per una riflessione sul concetto di Ambient Computing.
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L’imminente debutto in Italia di Nest Hub ci offre lo spunto per tornare su uno degli annunci del recente I/O 2019: quello relativo alla convergenza tra l’ecosistema di prodotti e servizi a marchio Google e il brand Nest. Non più due entità distinte, seppur ormai da lungo tempo in grado di comunicare e interfacciarsi, ma pienamente integrate e fuse in un’unica famiglia.

Google, Nest e l’Ambient Computing

È il punto d’arrivo di un percorso partito da lontano, da quando nel 2014 il gruppo di Mountain View ha deciso di investire nel territorio smart home con l’acquisizione di Nest Labs. Il marchio creato da Tony Fadell vedeva a quel tempo nel suo termostato intelligente il prodotto di punta. Da allora molto è cambiato: la gestione di device e servizi si è spostata sempre più sul cloud, l’intelligenza artificiale ha automatizzato (o sta provando a farlo) molte delle operazioni un tempo delegate all’utente finale.

Il mantra di bigG è divenuto oggi “AI+Hardware+Software”. Tutto insieme, per dar vita a soluzioni fruibili in locale, con le informazioni gestite sui device o quando necessario sui server remoti dei data center. C’è chi lo chiama Edge Computing, Google preferisce Ambient Computing, puntando ad andare oltre i confini fissati da etichette e categorie preconfezionate (mobile, smart home, IoT, domotica) e sottolineando come il compito delle tecnologie di cui disponiamo oggi sia quello di funzionare nel modo più semplice e automatizzato possibile, senza nemmeno chiedere un intervento attivo se non necessario. Il sistema non attende passivamente un input, genera un output quando ce n’è bisogno, valutandolo sulla base dell’esperienza acquisita.

Ecosistema omnicomprensivo

L’intento è quello di dar vita a un ecosistema omnicomprensivo in grado di soddisfare esigenze e bisogni intercettandoli ancor prima che possano essere manifestati. L’approccio è per forza di cose quello che fa leva sull’intelligenza artificiale, con modelli e algoritmi capaci di apprendere e adattarsi alle specifiche necessità sulla base delle informazioni di cui dispongono. Una visione che nel concreto, nel quotidiano, si traduce ad esempio nell’esecuzione di una routine al mattino, nel confezionare un feed su misura che elenca le notizie della giornata, nel suggerire il percorso migliore per raggiungere il posto di lavoro considerando in tempo reale le variazioni del traffico lungo il tragitto e così via.

Poiché nessuna di queste azioni può essere svolta in modo efficiente senza la raccolta e l’analisi dei dati che riguardano la sfera personale dell’utente, è essenziale che l’erogazione del servizio avvenga in modo pienamente rispettoso della privacy, da parte di Google in questo caso specifico, così come di ogni altra realtà che intende fare lo stesso.

Intelligenza artificiale e interoperabilità

È trascorso poco più di un decennio dall’esplosione dell’universo mobile, solo pochi anni fa abbiamo iniziato a prendere confidenza con il concetto di intelligenza artificiale, ora stiamo portando altoparlanti e display smart nelle nostre case, nel cuore del nostro spazio più privato. C’è chi etichetta questo rapido cambiamento nel modo di interfacciarci con la tecnologia come innovazione, chi lo guarda invece con sospetto manifestando timori che in ogni caso devono essere ritenuti giustificati e di conseguenza indagati.

Il punto di contatto tra il mondo Google e quello Nest si inserisce in questo percorso e guarda alle sue prossime evoluzioni, nel nome della semplicità di utilizzo e della compatibilità (o interoperabilità). I dispositivi, il software che li gestisce e l’IA, da tasselli diversi di uno stesso puzzle, si fondono e divengono un unico ecosistema.

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