Il Regno Unito studia la sua Google Tax

Londra spera di riuscire a trattenere il 25 per cento degli introiti di Mountain View generati dai cittadini di Sua Maestà. Il fronte europeo in materia di tassazione delle web-company si compatta

Roma – Il Regno Unito sta ancora cercando il modo per non far sfuggire Google al suo sistema fiscale. Il Governo di Londra, ed in particolare il ministro George Osborne, ha proposto una normativa già ribattezzata “Google Tax” che prevede per le aziende multinazionali una nuova tassa sul 25 per cento dei profitti generati a livello locale .

Il problema è che le aziende con più divisioni ed affiliate, ed in particolare quelle il cui business si svolge in gran parte online, riescono a sfruttare diversi escamotage fiscali per pagare il meno possibile alle autorità nazionali, facendo risultare i loro introiti entro i confini fiscalmente più convenienti. Da parte loro i paesi coinvolti sfrutterebbero tali possibilità per attirare le fatturazioni delle grandi aziende, aumentando il proprio gettito fiscale e gli investimenti all’interno del proprio territorio. Con la misura, che i suoi sostenitori hanno definito una forma di “giustizia” anche nei confronti delle altre aziende che operano nel paese e che non possono sfruttare i meccanismi di ridistribuzione degli utili delle multinazionali, Londra contra di racimolare circa “1,6 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni”.

Contro Google e le altre multinazionali ICT, d’altronde, il fronte europeo sembra farsi compatto: mentre il Parlamento europeo sembra intenzionato ad premere sulla Commissione per una misura antitrust volta allo scorporo da Big G del search, sono anche state avviate indagini sulle tasse di Apple , Google ed Amazon . Diversi Governi nazionali – tra cui appunto il Regno Unito , ma anche la Francia e l’ Italia – stanno poi pensando a misure ad hoc per ingabbiare i profitti delle grandi aziende dell’ICT nelle maglie del rispettivo sistema fiscale.

A tal proposito ha cercato di intervenire anche la nuova normativa sull’e-commerce, che entrerà in vigore il prossimo gennaio e che prevede l’applicazione dell’IVA con l’aliquota del paese dell’acquirente e non più del venditore: una mossa che dovrebbe permettere ai paesi di meglio controllare le transazioni. Skype è stata tra le prime aziende ad adeguarsi alla nuova norma, una misura che comporterà per alcuni utenti un aumento del costo dei servizi.

Claudio Tamburrino

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