Ecco perché l'app Immuni non può farcela

L'app Immuni nasce senza quel necessario tessuto di unità necessario per stimolarne l'installazione sul 60% dei dispositivi a livello nazionale.
L'app Immuni nasce senza quel necessario tessuto di unità necessario per stimolarne l'installazione sul 60% dei dispositivi a livello nazionale.
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Si dice che l’app Immuni sia sicura, blindata, non comporti problemi, non abbia alcun profilo di pericolo per l’utente finale e per i suoi dati personali. Ma si dice anche che tra i proprietari ci siano alcuni nomi legati alla politica, che la scelta possa essere dettata da lobby, che non è esattamente chiaro il meccanismo che ha portato la task force a questa decisione invece di un’altra.

Si dice che l’app sia libera, che l’installazione sia volontaria, che si possa tranquillamente farne a meno, che non è sicuramente obbligatorio l’opt-in in virtù della necessità di tutelare la libertà dei singoli. Ma si dice anche che in realtà l’installazione dovrebbe essere obbligatoria, che solo forzandone l’uso si possano raggiungere risultati apprezzabili, che si potrebbero limitare gli spostamenti alle persone qualora non installassero l’app e ne dimostrassero l’utilizzo. Ma si dice altresì che questa ipotesi sia stata poi scartata, che alla fin fine si è scelto di non adottarla.

Si dice, ed è questo il problema: si dice, e si discute, di cose che non sono. Si dice, e si discute, dei “se fosse” o dei “se fosse stato”, senza reale proiezione al presente e al futuro senza cadere nelle trappole del condizionale. Invece di rendere trasparenti le decisioni prese, si rende trasparente il dibattito antecedente, quello sporco del brainstorming ove tutto è lecito e nulla è vietato, quello dove occorre discutere ogni opzione prima di arrivare a conclusioni logiche, definitive e ben comunicate. Si dice, e si trasmette sottobanco, e lo si pubblica, e lo si twitta, e lo si condivide, e ci si accapiglia. La dinamica è ormai nota ed inquina continuamente i pozzi dell’approfondimento, perché si discute per giorni di cose che non son comparse in alcuna bozza ufficiale (se mai una bozza possa avere crismi di ufficialità).

Non siamo Immuni da colpe

Difficile capire i motivi di tutto ciò, se per questioni politiche, se per posizioni di “partito preso”, se per uno scontro Stato-Regioni, se per mera questione giornalistica di ricerca dell’attenzione o se per gli interessi incrociati di tutte queste pulsioni. Ma una cosa è certa: l’app Immuni, a prescindere dalla sua bontà tecnico-giuridica, può funzionare soltanto se nasce supportata dal desiderio nazionale di farne realmente uso, di adottarla come strumento di indagine e di resistenza, di abbracciarla come un simbolo di lotta in vista della “fase 2”. Così non sarà, perché la divisione ha già lacerato il paese creando distanziamento tra pro-App e contro-App, tra pro-apriamo e contro-apriamo, tra pro-Governo e contro-Governo, tra pro-Euro e contro-Euro, tra Nord e Sud (again), tra pro-Virologi e pro-Privacy, tra pro-Berlusconi e contro-Berlusconi, tra pro-GPS e pro-Bluetooth, (dobbiamo continuare?).

L’app Immuni avrebbe paradossalmente bisogno di viralità: dovrebbe trovare un tessuto organico favorevole, che ne consenta la moltiplicazione e il passaggio da smartphone a smartphone, da utente a utente, sposando una causa di unità nazionale per raggiungere quel 60% che potremmo chiamare “immunità di app”. Servirebbero indicazioni chiare invece di divisioni, servirebbe trasparenza invece di ipotesi sottobanco, servirebbero posizioni esplicite invece di dibattito pubblico e scontri istituzionali (perché questo accadrà nel momento in cui l’app dovesse approdare in Parlamento).

Immuni non può farcela, quindi. Non per colpa sua, o almeno non certo solo per colpa sua: almeno in parte, in buona parte, per colpa nostra.

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21 04 2020
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