Interviste/ La grande svolta di Freenet

L'arrivo della versione 0.5 porta una ventata di stabilità e ottimismo nella comunità di Freenet, che punta ora a divenire la più importante rete libera. Ecco cosa sta cambiando e perché è lecito sperare
L'arrivo della versione 0.5 porta una ventata di stabilità e ottimismo nella comunità di Freenet, che punta ora a divenire la più importante rete libera. Ecco cosa sta cambiando e perché è lecito sperare


Roma – In queste ore è stata ufficialmente rilasciata da Ian Clarke e dagli sviluppatori di Freenet la versione 0.5, attesa e sospirata da molti nonché portatrice di grandi importanti novità. Per capire perché con la nuova release si apre un nuovo mondo Punto Informatico ha incontrato Marco Calamari, una delle “anime italiane” del Progetto Freenet .

Punto Informatico: Ian Clarke poche ore fa alla presentazione della nuova release di Freenet ha affermato che questa è la prima release che puo’ essere installata con fiducia, la prima per la quale lui non tiene incrociate le dita. E’ davvero così? Si puo’ parlare di “svolta”?

Marco Calamari: Non avevo sentito questa affermazione di Ian, ma mi sento di condividerla, compresa la parte relativa alle dita incrociate.

Freenet 0.5 ha veramente prestazioni superiori alla 0.3: tra queste una parte di sicurezza molto più forte per rendere impossibili attacchi di analisi del traffico o di tipo man-in-the-middle, un aumento di affidabilità con la possibilità di effettuare inserimenti tramite file splitting ridondante, un miglioramento dell’estetica, e poi quello più importante: che funziona!

PI: Da tempo la comunità di Freenet sembrava aver perso il faro. Ora arriva questa nuova release. Cosa ha richiesto la sua realizzazione? Come riuscite tutti voi ad organizzarvi?

MC: Non c’è in realtà nessun faro od organizzazione, a parte le mail list ed il canale IRC #freenet. Siamo un numero limitatissimo di persone; oltre a Ian Clarke, che svolge una funzione di “Grande Vecchio” e di guida illuminata, ci sono una mezza dozzina di sviluppatori, da figure “storiche” come Gianni Johansson a programmatori (parzialmente) stipendiati a tempo pieno, cioè Matthew Toseland.

Ci sono poi persone che si occupano di testing, di traduzioni e, cosa molto importante, della pubblicazione di freesite; da illetterato di java contribuisco a queste cose.

Non ci sono comunque, a mio parere, più di un trentina di persone che lavorino continuativamente (ovviamente nel tempo libero) al Progetto da un anno a questa parte.


PI: Per i sistemi del peer-to-peer il momento è delicato, visti gli attacchi tecnici e giudiziari che le major stanno allestendo per cercare di fermarli. A tuo parere Freenet rischia di attirare gli strali delle grandi del cinema e della musica?

MC: Penso che sia inevitabile; le major della RIAA, come ad esempio Sony, e tutte le organizzazioni che prosperano intermediando il lavoro degli autori, hanno rendite di posizione incredibili, e sono ovviamente disposte a difenderle con qualunque mezzo, anche spingendo con tutte le loro forze per far approvare leggi che calpestano sia i più elementari diritti civili che il buonsenso. Sta agli individui ed a quegli stati che hanno a cuore i diritti civili reagire per contenere e respingere questi tentativi.

Ad esempio, la proposta di legge sulla tassazione dei supporti informatici, non a caso recentemente sponsorizzata dalla A.F.I. e dal suo presidente Bixio, ne è uno dei più leggeri echi italiani.

PI: Su queste pagine abbiamo parlato più volte di Freenet ma non è facile comunicare il “respiro rivoluzionario” di questo complesso e affascinante progetto. Vogliamo spiegare quali sono gli obiettivi, diciamo i “perchè” di Freenet?

MC: La questione di fondo alla base di Freenet è il diritto all’anonimato ed a pubblicare informazioni che non possano essere censurate. Si tratta di conquiste molto importanti che, già presenti in momenti passati della storia, sono inserite nelle basi degli ordinamenti democratici, come La Costituzione Italiana o la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti.

E’ solo la naturale tendenza dei poteri politico ed economico a comprimere gli spazi di libertà degli individui che ha portato a considerare con sospetto questo tipo di istanze; questa tendenza ha poi perso ogni freno e pudore dopo l’11 settembre.

Freenet è il primo programma/protocollo sviluppato avendo come requisiti principali, l’anonimato sia per chi produce informazione che per chi la legge, e la tutela del gestore dei server dal punto di vista legale in quei paesi che vedono di cattivo occhio la Rete e le sue libertà.


PI: Ian Clarke disse a Punto Informatico qualche mese prima dell’11 settembre che su Freenet deve poter circolare qualsiasi informazione, anzi che Freenet è pensata per questo. L’11 settembre ha intaccato queste convinzioni tra coloro che lavorano su Freenet?

MC: No, assolutamente, non almeno nel caso mio e delle persone con cui sono a contatto; ci ha magari fatto fare qualche riflessione in più sul nostro ruolo e sulla percezione che le altre persone ed organizzazioni hanno di noi.

Io sono per esempio diventato molto più cauto e preciso nell’esporre le motivazioni legali e di diritti civili che fanno della privacy e dell’anonimato un diritto civile e non un’arma per terroristi.

PI: La necessità di Freenet nei tempi più bui della rete, circondata dai paladini del copyright e dai sacerdoti della sicurezza antiprivacy, è ormai tanto ovvia da rappresentare una banalità. La domanda che ci facciamo tutti è: Freenet sì, ma quando? Ha senso porsi una domanda del genere?

MC: Sì, e la risposta è semplice; da subito!
Non si tratta di cancellare i nostri siti personali e caricarli su Freenet (anche se non sarebbe una cattiva idea), ma di entrare nell’ordine di idee che la privacy è un bene importante per gli individui, e che va preservata e difesa, come altre cose importanti della nostra vita, con tutti i mezzi tecnici e legali possibili.

Quindi, ad esempio, non solo usare Freenet, Pgp ed i remailer, ma anche andare dal tuo deputato/assessore/amico politico, e spiegargli un po’ come stanno le cose.

PI: Sul piano legale chi gestisce un nodo rischia qualcosa? Freenet puo’ davvero proteggere da iniziative pensate per responsabilizzare giuridicamente chi ne sostiene la rete sul piano tecnico?

MC: Il modello di sicurezza di Freenet utilizza tutte le tecniche informatiche possibili per deresponsabilizzare il node operator; sia impedendo di conoscere cosa è presente nel datastore di un nodo, sia rendendo impossibile determinare con sicurezza chi fa che cosa.

Questo rende tecnicamente impossibile, senza un tracciamento completo della Rete, stabilire con sicurezza come e quando è avvenuto uno scambio di dati su Freenet; questo ovviamente non garantisce che possa capitare di dover spiegare la cosa in un tribunale, se qualche giudice lo ritenesse pertinente in un’inchiesta.

Ho già preparato una bozza di perizia a riguardo, nell’improbabile caso che servisse a qualche node operator (me, per esempio).
Per quanto non sia un giurista, non mi risulta che esistano in Italia leggi o precedenti che attribuiscano una qualunque forma di illecito al fornire questo servizio pubblico. Non certo più di un server di posta o di una mail list.

PI: In una precedente occasione hai spiegato su PI le difficoltà del gestire un nodo Freenet. Oggi cosa puo’ fare un utente interessato per capire di che si tratta e mettersi a disposizione del progetto aprendo un nodo?

MC: Leggere il sito italiano di Freenet per capire come fare, e farsi aiutare dalla mail list se ce ne fosse bisogno; le cose si sono molto semplificate negli ultimi mesi, ed addirittura è stata creata da Gianni Bianchini (anche lui membro del FLUG ) EasyFreenet, una distribuzione italiana di Freenet che effettua una installazione molto più sicura e semplice di un nodo rispetto alla installazione ufficiale. Bastano una ADSL vera (non a consumo) con ip pubblico ed un’ora di
lavoro.

La necessità di avere nuovi nodi permanenti è grande come non mai; ieri sera, all’annuncio ufficiale della 0.5.0, come avevo facilmente previsto, Freenet è diventata semicatatonica a causa di un aumento del traffico di oltre un ordine di grandezza. Non ci sono più di 100-200 nodi permanenti su Freenet in questo momento; questo fa ammontare la presumibile dimensione del datastore di Freenet alla microscopica cifra di circa 200 Gb.

Il numero di nodi permanenti deve aumentare di almeno un ordine di grandezza, o mantenere attivi dei contenuti su Freenet per più di qualche ora diventerà impossibile.


PI: Il mondo open source è in ebollizione e sono migliaia i progetti avviati. Freenet ha avuto una enorme visibilità ma ha ottenuto l’impegno solo di qualche decina di sviluppatori. Con la nuova release ti aspetti che cambi qualcosa?

MC: No, purtroppo progetti enormi (persino il kernel di Linux) vanno avanti con risorse ridicole se viste in termini aziendali; persino il grande miglioramento di Freenet negli ultimi due mesi è dipeso in massima parte dall’avere un unico programmatore stipendiato dalle offerte al progetto, che ha potuto lavorare a tempo pieno.

D’altra parte anche la grande mole di lavoro che in Italia è stato possibile svolgere su questi temi è dipesa principalmente dal supporto del Firenze Linux User Group e delle sue risorse informatiche.

PI: Come si può sostenere Freenet, diciamo, dall’esterno?

MC: È sufficiente andare su questa pagina e tirar fuori qualche soldino, anche pochi. Probabilmente sul lungo termine si rivelerà il miglior investimento che si possa fare, comprandosi un briciolo di libertà in più.

intervista a cura di Paolo De Andreis

Link utili:
Il progetto Freenet – documenti ed istruzioni per l’uso

La mailing list italiana dedicata a Freenet

EasyFreenet

La mailing list italiana sulla e-privacy

Il sito del FLUG – Firenze Linux User Group

Risorse e documentazione per la privacy in Rete

Il Progetto Winston Smith per l’anonimato in Rete
Documenti sia introduttivi che tecnici per utilizzar gli strumenti per la difesa della e-privacy
– su Freenet freenet:SSK@Dgg5lJQu-WO905TrlZ0LjQHXDdIPAgM/pws/3//
via gateway

Chi è?
Marco Calamari, ingegnere, classe 1955, membro del FLUG, del Progetto Freenet e del Progetto Winston Smith. Nel 1976 si è comprato, invece della macchina, uno dei primi pc arrivati in Italia, e da allora non si è più ripreso. Lavora in un’azienda di consulenza e formazione ICT nel settore Sicurezza ed ERP. Dal 1994 si occupa delle problematiche tecniche e legali legate ai temi dell’e-privacy.

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29 10 2002
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