L'accusa: Google lucra sul typosquatting

Secondo un docente universitario Google amministra così bene i propri banner e i propri spot da lucrare persino sugli pseudositi che nascono all'ombra predatrice di indirizzi Internet famosi
Secondo un docente universitario Google amministra così bene i propri banner e i propri spot da lucrare persino sugli pseudositi che nascono all'ombra predatrice di indirizzi Internet famosi

“Google guadagna quattrini grazie ai typosquatter “: a dirlo è Ben Edelman, professore di Harvard in un dossier pubblicato sul McAfee Security Journal . Secondo il docente della prestigiosa università statunitense sarebbero milioni i siti fasulli riempiti dai link di Google AdSense . Non solo: gli spot pubblicati sui siti il cui indirizzo assomiglia soltanto a quello di siti celebri condurrebbero molto spesso proprio agli spazi web all’ombra dei quali sono cresciute queste pagine web fasulle.

il typo A guadagnarci, naturalmente, non è solo Google ma anche chi detiene il sito il cui dominio è quasi identico a quello originale: per ogni click effettuato su una pubblicità marchiata Google, un tot di denaro va a chi detiene il dominio e un tot va a BigG. A pagare però si ritrova l’inserzionista che, appunto, coincide spesso con chi detiene il dominio originale, poiché non è raro trovare tra gli indirizzi consigliati dal colosso di Mountain View proprio il sito originale. Oltre al danno, cioè, la beffa.

I dati di diffusione di tali siti sono a dir poco impressionanti: secondo Edelman , solo negli USA si contano circa 80mila siti i cui indirizzi sono copiati da 2mila siti originali che generano un traffico notevole, come ad esempio i colossi del social networking MySpace e FaceBook. “Di sicuro sono moltissimi questi siti, sono milioni, e la stragrande maggioranza pubblica annunci Google” dichiara Edelman.

Il meccanismo è molto semplice: quando un sito-clone decide di mettere su degli annunci pubblicitari, si affida ad agenzie che vendono i suoi spazi selezionando vari acquirenti, generalmente utilizzando Google e il suo AdSense for Domains, il più importante spazio per link pubblicitari. Una volta fatto ciò, tentano in tutti i modi di far sì che tra gli annunci compaia il link del sito originale in modo da spingere i visitatori a cliccare e a far fruttare denaro.

Tutto ciò però secondo Edelman comporta una violazione del diritto d’autore a danno del sito originale, violazione effettuata con il tacito consenso di Google: stando a quanto riportato da Wired , Edelman avrebbe raccolto una schiera di avvocati e di rappresentanti di domini violati per preparare una class action tesa a dimostrare che Adsense for Domains di Google permette di perpetrare tali frodi, ottenendo anche un’udienza da parte di un giudice federale dell’Illinois in cui verrà chiesta l’autorizzazione per poter procedere legalmente nei confronti di BigG.

Al momento nessun commento ufficiale sulla vicenda è giunto dai vertici di Mountain View, ma in una dichiarazione Maria Moran, uno degli avvocati di Google, definisce come erronee le deduzioni di Edelman. Google, sostiene il legale, non effettua alcuna azione illecita poiché si limita semplicemente a distribuire annunci pubblicitari di terze parti né avrebbe modo di sapere se e quando un determinato dominio infranga il copyright, né chi lo abbia registrato o se il titolare detenga o meno le licenze d’uso fornite dal titolare dei diritti. “Nonostante Google non abbia responsabilità” – continua Moran – “sta comunque provvedendo a rafforzare le politiche di protezione per tutelare chi detiene i diritti, eliminando prontamente ogni dominio truffaldino dal programma di AdSense appena ne giunga la richiesta dal legittimo proprietario”.

Vincenzo Gentile

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14 10 2008
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