Lavabit, l'obiettivo era Snowden

Il servizio di email cifrate si è rassegnato alla chiusura pur di non consegnare le chiavi di accesso alle autorità statunitensi: il primo utente da difendere era davvero la talpa del Datagate

Roma – Era il 2013 quando il servizio di email cifrate Lavabit chiudeva i battenti nel nome della sicurezza dei propri utenti: il fondatore Ladar Levison, sotto le pressioni di autorità statunitensi che avrebbero voluto ottenere gli strumenti per monitorare il flusso delle comunicazioni in tempo reale e lo storico delle attività, aveva ceduto le armi. Non prima di aver ingaggiato una rocambolesca battaglia legale, offuscata dai segreti della burocrazia statunitense. Ora, parte dei documenti in precedenza diffusi in forma parzialmente censurata sono stati resi maldestramente pubblici, ed è finalmente pubblico il nome di colui per cui Levison ha combattuto la propria battaglia per la sicurezza e la trasparenza.

Che fosse Edward Snowden l’obiettivo per cui il governo statunitense aveva agito per ottenere la chiave SSL che avrebbe permesso di decifrare tutto il traffico email di tutti gli utenti di Lavabit era un’indiscrezione che ha accompagnato il dipanarsi del caso, fin dalle prime ricostruzioni . Levison ha combattuto strenuamente, e la condanna per inedempienza confermata in appello non ha scoraggiato il fondatore del servizio dal rivendicare la trasparenza invocata fin da principio.

Snowden nei documenti del caso Lavabit

La giustizia statunitense ha di recente concesso la pubblicazione dei documenti, disponendo che il nome dell’obiettivo delle indagini rimanesse segreto, dietro le bande nere della censura. La trasparenza invocata da Levison si è manifestata, però, sotto forma di errore : il nome di Edward Snowden, che emerge chiaramente dall’indirizzo email ed_snowden@lavabit.com , è comparso a pagina 79 del faldone di documenti pubblicato sul sito dedicato agli atti giudiziari statunitensi e rilanciato da Cryptome.

Levison deve rassegnarsi ad una giustizia e ad una trasparenza solo accidentali, mentre ancora combatte per denunciare un governo che tenta di spacciare il caso Lavabit come un precedente a supporto del ben più rumoroso contenzioso con cui gli States vorrebbero imporre ad Apple di collaborare per facilitare l’accesso da parte dell’FBI all’iPhone del killer di San Bernardino. In attesa degli esiti della resistenza di Cupertino, chissà che altri servizi, come lo svizzero ProtonMail, appena uscito dalla beta , non riescano concretamente laddove le aziende statunitensi si sono dichiarate vinte dagli squilibri delle interpretazioni di una legge che pendono irrimediabilmente a favore delle ragioni dell’intelligence.

Gaia Bottà

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