Megaupload, crimini a stelle e strisce?

Il Dipartimento di Giustizia statunitense vuole processare l'impero del file hosting a livello penale. A sorpresa, il giudice neozelandese lascia il caso per dichiarazioni troppo radicali

Roma – Ancora novità sul fronte di guerra, a sei mesi dal raid scatenato dagli Stati Uniti contro il celebre cyberlocker Megaupload. I vertici del Department of Justice (DoJ) hanno presentato al giudice della Virginia una serie di prove sulle connessioni stabilite dal business di Kim Dotcom in terra statunitense. In modo da processare liberamente il mega-impero del file hosting a livello penale .

Poco più di un mese fa, l’avvocato di Dotcom Ira Rothken aveva accusato il DoJ di non avere affatto il potere giuridico per incriminare i vertici di Megaupload. Nessun ufficio è mai stato aperto in terra statunitense, dunque nessun indirizzo fisico a dimostrare effettive attività di business negli States . Lo stesso governo di Washington non avrebbe il potere di processare un’azienda localizzata all’estero (Hong Kong) con capi d’accusa di stampo criminoso.

Pur non avendo uffici negli Stati Uniti, Megaupload sarebbe comunque da incriminare a livello penale: questa la posizione offerta dal DoJ al giudice di Alexandria, sottolineando come esistano “ramificate connessioni negli Stati Uniti”. In primis per la presenza di numerosi server , poi per lo sfruttamento di servizi di pagamento statunitensi come ad esempio PayPal . E infine per la registrazione di milioni di account dagli States .

Alla metà dello scorso dicembre, i vertici di Megaupload si erano scagliati legalmente contro il colosso discografico Universal Music Group, accusato di aver rimosso indebitamente da YouTube la famosa canzone Mega Song . Il DoJ ha ora ricordato quella causa, quando i legali della piattaforma si erano messi a disposizione delle leggi statali in California , sede della sfida – poi congelata con una pace – con Universal Music.

In attesa di una decisione del giudice – prevista per il prossimo 27 luglio – il governo di Washington segue con attenzione l’imbarazzante vicenda che ha portato alla caduta del giudice neozelandese David Harvey, finora molto benevolo nei confronti dell’impero di Dotcom. Nel corso di una conferenza tenutasi ad Auckland, Harvey ha usato la forte espressione “nemico” per indicare le autorità a stelle e strisce .

Nemico di cosa? Il giudice kiwi ha ricordato l’accordo Trans-Pacific Partnership (TPP), da molti considerato come il figlio naturale del famigerato Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA). L’eventuale adozione del nuovo trattato andrebbe a modificare l’attuale panorama legislativo neozelandese sul copyright e la distribuzione di beni contraffatti . Ipotesi non particolarmente gradita dal giudice.

Harvey ha infatti sottolineato come le pratiche di aggiramento dei codici regionali dei supporti DVD – attualmente legali in Nuova Zelanda – diventerebbero punibili a livello penale . Ecco perché gli Stati Uniti sarebbero “nemici” della libera circolazione di supporti multimediali tra una nazione e l’altra. Il nuovo arbitro del caso Megaupload sarà ora Nevin Dawson. Dotcom e soci incrociano le dita.

Mauro Vecchio

La tua email sarà utilizzata per comunicarti se qualcuno risponde al tuo commento e non sarà pubblicato. Dichiari di avere preso visione e di accettare quanto previsto dalla informativa privacy

Chiudi i commenti