Microsoft: condannato il giudice Jackson

La Corte d'Appello sconfessa il giudice di primo grado e la sua sentenza: Jackson sia rimosso dal caso e Microsoft non sia smembrata. Una vittoria clamorosa per l'azienda che ora potrebbe sperare in un accordo con l'amministrazione Bush
La Corte d'Appello sconfessa il giudice di primo grado e la sua sentenza: Jackson sia rimosso dal caso e Microsoft non sia smembrata. Una vittoria clamorosa per l'azienda che ora potrebbe sperare in un accordo con l'amministrazione Bush


Washington (USA) – Il giudice che ha ordinato lo smembramento di Microsoft in due aziende separate è stato rimosso dal caso perché la sua sentenza non è convincente, le motivazioni sono traballanti e le sue dichiarazioni su Microsoft e Bill Gates palesano che non è imparziale. Già, è proprio il giudice Thomas Penfield Jackson ad uscire a gambe rotte dalla sentenza emessa ieri sera dalla Corte d’Appello del Distretto di Columbia.

La Corte ha affermato che le azioni di Jackson hanno “seriamente compromesso il procedimento” antitrust. I suoi “commenti pubblici non sono soltanto fuori luogo ma conducono un osservatore ragionevole ed informato a dubitare dell’imparzialità del magistrato”. Una condanna senza appello per il giudice che ha definito in più occasioni Bill Gates “un bambino” e attaccato Microsoft a spada tratta persino in una lunga intervista contenuta in un libro di Ken Auletta (World War 3.0). Non solo, aveva alzato parecchia polvere quando dichiarò che William H. Gates III si crederebbe un moderno Napoleone, spiegando che i manager Microsoft “non si comportano da adulti”.

Nella sua sentenza, però, la Corte d’Appello mantiene come validi una serie di punti contenuti nella sentenza emessa da Jackson. In particolare si ritiene Microsoft colpevole di pratiche monopolistiche atte a difendere la leadership di mercato di Windows, il sistema operativo dell’azienda. Non si ritiene invece sufficientemente forte l’argomentazione dell’accusa secondo cui esiste un mercato dei browser dal quale Microsoft avrebbe estromesso Netscape ricorrendo a tattiche fuorilegge, una tesi che la Corte d’Appello respinge.

Per ragioni procedurali, quindi, la Corte ha azzerato tutte le numerose restrizioni che Jackson aveva voluto imporre a Microsoft sostenendo che un nuovo tribunale distrettuale, non più presieduto da Jackson, dovrà stabilire una sentenza relativamente alle pratiche monopolistiche attuate dall’azienda.

Ma ciò che più conta per Microsoft è che la Corte d’Appello abbia messo in chiaro come l’ipotesi di smembramento dell’azienda non sia perseguibile. I giudici sostengono che la sentenza di Jackson “ha alterato sensibilmente l’ampiezza della responsabilità di Microsoft” e che “se da una parte non intendiamo imporre al tribunale distrettuale la soluzione da adottare, dall’altra sottolineiamo che questa debba necessariamente essere relazionata al solo torto commesso”.

Nelle 125 pagine di motivazione della sentenza, la Corte d’Appello ha spiegato che starà al nuovo tribunale distrettuale verificare la questione delicatissima della legittimità dell’operazione con cui Microsoft ha “legato” il proprio browser al sistema operativo, una mossa che si è fin qui ritenuta anti-competitiva e pensata per danneggiare il competitor Netscape e il browser di quest’ultimo.

Jackson non ha ancora rilasciato dichiarazioni ma all’epoca del passaggio del caso alla Corte d’Appello aveva dichiarato che se si fossero dimostrati suoi errori lui avrebbe lasciato il caso, che ora gli è stato tolto di autorità: “La mia decisione dipenderà in buona parte dal tipo di reazione alla mia sentenza che arriverà dalla Corte d’Appello. Se si affermerà che ho sbagliato, anche se non si richiederà la mia rimozione dal caso, dovrò prendere in seria considerazione l’ipotesi di lasciare”.

Dopo la sentenza della Corte d’Appello si aprono vari scenari, molti dei quali in mano all’accusa.

Il Dipartimento della Giustizia (DOJ), il principale accusatore di Microsoft, ha applaudito la sentenza perché ritiene che questa “riconosce le pratiche monopolistiche”, e si è riservata di valutare le strade da percorrere. Tra queste sono in molti a ritenere possibile che il DOJ, oggi parte dell’amministrazione Bush, possa decidere di chiudere il caso con un accordo con l’azienda, una “intesa” che equivarrebbe ad uno scappellotto a Microsoft dopo un procedimento così duro. Secondo Bob Lande, professore di legge a Boston, “non c’è dubbio che il clima politico a Washington sia oggi molto più favorevole a Microsoft di quanto non fosse sei mesi fa”.

Questa strada è naturalmente tutta in forse ma gli osservatori a Washington sostengono che molto difficilmente potrà essere perseguita dai 19 stati americani che insieme al DOJ si sono costituiti nel processo antitrust contro Microsoft. Questi stati potrebbero infatti decidere, qualora il tribunale distrettuale finisca per proporre un accordo a conclusione del procedimento, di appellarsi alla Corte Suprema degli Stati Uniti. A quel punto l’intero caso si riaprirebbe.

Inutile dire, invece, che non appena la sentenza è stata resa nota Wall Street è letteralmente impazzita inducendo al blocco delle contrattazioni sul titolo Microsoft.

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28 06 2001
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