Napster va avanti, ma deve cambiare

L'azienda sa che il suo sistema viene utilizzato per violare la legge e non può andare avanti così: così i giudici che, però, non oscurano il sistemone scambiafile. In futuro avremo un altro Napster. Che ricorre in appello


San Francisco (USA) – Napster non chiude, non ora. Ieri i giudici della Corte d’Appello di San Francisco hanno deciso di dare un’ora d’aria in più al sistemone di file-sharing, pur riconoscendo che questo può avere in determinate circostanze serie responsabilità in merito alle violazioni commesse dai propri utenti quando scambiano tra loro file musicali protetti da diritto d’autore.

In 58 pagine di sentenza , i giudici hanno sostenuto che Napster sa che molti dei propri utenti utilizzano il file-sharing per scambiare illegalmente file musicali. E hanno affermato che questa attività non può andare avanti in questa forma.

Ma i giudici hanno contestualmente negato una tesi “chiave” per l’accusa delle majors della musica, quella secondo cui Napster sarebbe responsabile di tutte le violazioni commesse dai propri utenti. Secondo i giudici, infatti, Napster deve agire su segnalazioni specifiche e dettagliate che provengono dalle case discografiche, ma non si può imputare a Napster il ruolo di “garante” del diritto d’autore: “I detentori del diritto d’autore devono segnalare a Napster quali sono i file che non devono girare sul sistema prima che a Napster sia riconosciuto il dovere di impedire l’accesso a quei contenuti”. Una frase che sembra rendere “immune” Napster da richieste di risarcimento per violazioni non specifiche e non segnalate preventivamente dalle case discografiche.

“Napster – ha sentenziato la Corte – può essere ritenuto responsabile di violazione di diritto d’autore solo se, pur sapendo che file illegali vengono scambiati sul proprio sistema, non agisce per impedirne la distribuzione”.


Proprio “l’assegnazione” a Napster di un ruolo di “polizia” costituiva la base dell’ordinanza di sospensione del tribunale distrettuale al centro dell’analisi dei giudici della Corte d’Appello, ed è proprio questo il motivo per il quale l’ordinanza è stata rinviata al tribunale distrettuale che l’ha emessa e non è stata quindi resa efficace. La Corte ha deciso che sono le case discografiche a dover segnalare a Napster quali pezzi non devono essere scambiati dai suoi utenti.

Al tribunale distrettuale spetta ora il compito di modificare e aggiornare quell’ordinanza con ottime speranze che, a quel punto, possa essere resa efficace. Fino a quel momento sarà possibile continuare a scambiare file mp3 via Napster. Successivamente sarà ancora possibile farlo, con ogni probabilità, sebbene in modo molto diverso, di certo a pagamento (come peraltro è nei progetti già annunciati da Napster).

E mentre quelli della RIAA, l’associazione dei discografici, gridano vittoria (“una vittoria chiarissima”, ha commentato la boss della RIAA, Hilary Rosen), Napster si trova in mano un futuro incerto. Perché il prossimo Napster non potrà comprendere file che non siano frutto di accordi tra la stessa Napster e le case discografiche. Accordi che, a parte Bertelsmann-BMG, le majors non sembrano molto disponibili a stringere.

Altri elementi importanti della sentenza arrivano dalla decisione dei giudici secondo cui Napster non può appellarsi al principio che nel 1984 assolse i videoregistratori di Sony, accusati dall’industria cinematografica di favorire la pirateria sui film. La Corte d’Appello infatti ritiene sostanziale la differenza: Napster conosce l’uso che viene fatto della propria tecnologia.

Di estremo rilievo il passaggio della decisione nel quale si afferma: “Come sottolineato dal tribunale distrettuale, Napster ha un effetto deleterio sul presente e il futuro del mercato del download digitale. Mettere a disposizione il download gratuito sul sistema di Napster inficia i tentativi di chi dispone del copyright di farsi pagare per gli stessi download”.


David Boies, a capo del team legale che difende Napster, ha già annunciato che l’azienda andrà in appello. Subito dopo la sentenza, Bertelsmann ha fatto sapere che i suoi progetti per il “suo Napster” non cambiano di una virgola. La speranza dell’azienda, una delle cinque sorelle dell’industria musicale internazionale, rimane quella di trasformare Napster in un servizio a pagamento supportato dall’industria. “Il file sharing – hanno dichiarato gli uomini di BMG – è qui per rimanere”.

In una nota ieri sera, la stessa Napster ha spiegato che se l’ordinanza venisse confermata allora sarebbero guai: “Napster non ha chiuso ma questa decisione potrebbe portare a questo. Siamo del tutto insoddisfatti della decisione e andremo in appello”. “Oggi – continua la nota – il tribunale ha deciso sulla base di documenti che ha riconosciuto essere incompleti. Noi contiamo di portare nuovi fatti in evidenza. E perseguiremo tutte le possibili strade in tribunale e al Congresso per continuare a tenere vivo Napster”.

Di altro avviso il principale legale della RIAA, Chuck Cooper, secondo cui “questa decisione scrive l’epitaffio di Napster. I suoi giorni come uno strumento di furto elettronico sono finiti”. Gli ha replicato Shawn Fanning, l’autore di Napster: “Napster funziona perché la gente che ama la musica condivide e partecipa. Sulla strada in molti ci hanno detto che non avrebbe funzionato. L’abbiamo sentito quando avevamo 700mila utenti, e quando ne avevamo 17 milioni. Oggi abbiamo più di 50 milioni di utenti e troveremo tutti insieme un modo per continuare a crescere questa comunità”.

Occorre sottolineare, in chiusura, che la decisione della Corte era attesa da mesi in qualità di “emblema” dell’offensiva giudiziaria che le case discografiche conducono per difendere il diritto d’autore nell’era del file-sharing. Ma va detto che se Napster prossimamente uscirà dal “tutto gratis”, altri sistemi ben attrezzati, come Gnutella, sono tecnologicamente molto più sfuggenti e saranno molto più difficili da fermare. Una cosa è certa: per ora i file si continueranno a scambiare liberamente, Napster o non Napster. E ieri notte i server di Napster erano quasi irraggiungibili: “mezza Internet” è lì a scaricare file…

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  • Anonimo scrive:
    su ebay si vende l'anima
    La settimana scorsa uno studente americano ateo si è venduto l'anima per 400 dollari. E' stato radiato da EBay: la scusa? Aveva messo in vendita qualcosa che non era sicuro di poter spedire!!!La realtà supera la fantasia, a volte.A proposito, ma l'ho letto su PI? O su Il Nuovo?
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