Scienziati e medici stanno parlando sempre di più del secondo cuore, presente nel nostro corpo, che dobbiamo tenere assolutamente in funzione. Di cosa si tratta? Gli esperti hanno spiegato che non si tratta di un vero e proprio “cuore”, bensì di un sistema fondamentale che riporta il sangue dalle gambe al vero e proprio muscolo cardiaco.
Si tratta dei polpacci. I loro muscoli comprimono le vene della parte inferiore delle gambe contribuendo in maniera sostanziale a spingere il sangue verso l’altro, proprio in direzione del cuore. Questo meccanismo è talmente importante che i polpacci vengono anche definiti il “secondo cuore” del corpo umano, anche se non possono sostituire l’organo che batte nel petto.
“Quando cammini, corri o sollevi i talloni, i muscoli nella parte posteriore delle gambe si contraggono. Queste contrazioni comprimono le vene vicine e spingono il sangue al loro interno verso l’alto“, ha Esra Öz, giornalista e divulgatrice scientifica. “Piccole valvole unidirezionali presenti nelle vene impediscono al sangue di rifluire verso i piedi tra una contrazione e l’altra“.
I polpacci sono il nostro secondo cuore: perché devi prendertene cura
In uno studio pubblicato nel 2020 i ricercatori hanno parlato dei polpacci come una pompa muscolare. Proprio come un secondo cuore, promuovono il ritorno venoso dagli arti inferiori e contribuiscono al precarico e alla gittata cardiaca. Prendersene cura è fondamentale perché contribuiscono alla buona salute del nostro muscolo cardiaco.
Gli scienziati hanno affermato che una funzione della pompa muscolare del polpaccio compromessa “può riflettere un indicatore di fragilità o un carico cumulativo di malattia, oppure può compromettere la funzione cardiaca“.
La disfunzione cardiopolmonare dovuta a meccanismi strutturali e funzionali potrebbe rappresentare un indicatore surrogato di fragilità. In alternativa, la disfunzione cardiopolmonare potrebbe avere un impatto negativo sulla sopravvivenza a causa dell’interazione intrinseca tra precarico e funzionalità cardiaca complessiva.
Infatti, secondo lo studio condotto su differenti pazienti, “l’associazione tra alterazione della funzione cardiopolmonare, insufficienza cardiaca e mortalità potrebbe rappresentare un impatto negativo sulla funzione circolatoria o una misura surrogata della fragilità“.