Per chi suona il Creative Commons

Dopo le recenti vicissitudini finanziarie di Jamendo, un viaggio nel futuro della creatività libera. Dal modello di Beatpick al nuovo mecenatismo di Buskerlabel

Roma – Alla fine delle scorse festività natalizie, un cinguettio su Twitter aveva accennato ad un bisogno disperato da parte di Jamendo. La comunità online – legata alla distribuzione legale di musica in Creative Commons – non era riuscita a trovare una seconda infusione di investimenti, attesi per la cifra di circa 1,5 milioni di euro . Jamendo aveva quindi bisogno di vendere o di fondersi per sopravvivere.

Cattive acque , per qualcuno agitate dalle stesse scelte strategiche di Jamendo. La startup lussemburghese si sarebbe posizionata su un terreno commerciale parecchio ostico, sì rigoglioso – dal 2000 sono state raggranellate circa 200mila canzoni – ma nella sostanza poco fruttuoso. Perché foriero di artisti non di primo piano, dall’appetibilità piuttosto bassa per un pubblico mainstream .

L’originario entusiasmo del CEO di Jamendo Laurent Kratz era sembrato un pallido ricordo. Quando veniva annunciato un modello di business basato sulla distribuzione gratuita di brani all’utente finale e una quantità sempre crescente di partnership e accordi di licenza. All’inizio dello scorso gennaio, il servizio di musica online cercava 1,5 milioni di euro per la ricapitalizzazione.

Alcune proposte avevano preso piede. Una di queste era stata portata avanti da Daniela Vivarelli, moderatore del forum italiano di Jamendo. Un’ associazione di artisti e utenti , da fondare presso un notaio del Lussemburgo, per racimolare l’intera quota attraverso un sistema di versamenti. In pratica, 20 euro a testa per un totale di 75mila membri, per costituire l’associazione e dare Jamendo ai jamendiani . Non a fondi d’investimento o finanziarie.

Una petizione online era stata annunciata, fornendo alla stessa comunità del servizio musicale lussemburghese uno strumento per far sentire la propria voce. Una petizione dal titolo Save Jamendo! che è attualmente giunta ad una cifra di poco inferiore alle mille firme . Sylvain Zimmer, tra i fondatori della piattaforma, era a quel punto direttamente intervenuto sulla questione, facendo luce su alcuni dettagli relativi alla crisi.

Non ci sarebbero state interruzioni al normale servizio, ma la ricerca di un partner sarebbe continuata. I vertici di Jamendo avevano in tasca i soldi necessari per gestire i server, ma non quelli per mantenere attivo uno staff di circa 20 persone. Le donazioni sarebbero state ben accette, ma non da annunciare in via ufficiale, come un modo per risollevare definitivamente le sorti di Jamendo.

Come spiegato alla fine di gennaio dalla stessa Daniela Vivarelli a Punto Informatico , doveva essere l’intera comunità orbitante intorno al sito a compattarsi, a serrare le fila. Ad esempio mantenendo i legami attraverso le principali piattaforme social come Facebook. “La comunità jamendiana è grande – spiegava Vivarelli – nel caso, un altro Jamendo lo si rifà”. Per il moderatore, la vera questione in ballo era un valore da preservare al di là delle sorti finanziarie. Il valore di una grande comunità in Creative Commons .

Poi, verso la fine di febbraio, un particolare messaggio è apparso sul forum di Jamendo, indirizzato a tutta la comunità da parte di Sylvain Zimmer. “Abbiamo trovato un partner in grado di garantire il futuro finanziario di Jamendo – si legge nel post – È stato difficile e abbiamo dovuto licenziare alcuni dipendenti. Presenteremo i nostri soci e la nuova squadra nel corso delle prossime settimane”.

E Zimmer ha riportato alla comunità una serie di annunci, in modo da iniziare in maniera programmatica il nuovo viaggio di Jamendo. Una piattaforma che non si baserà più sugli annunci pubblicitari (i cui ricavi venivano divisi 50/50 con gli artisti), perché poco remunerativi e molto pesanti per le performance della navigazione. Jamendo sembra dunque pensare soprattutto agli utenti.

Per esempio attraverso il Jamendo Community Group , nato dalle ceneri dell’iniziativa Save Jamendo! per fornire un ambiente aperto di discussione, per entrare in contatto diretto con i responsabili del sito. Si tratta quindi di una maggiore apertura per il servizio musicale lussemburghese, a base di API per gli sviluppatori e una più coraggiosa filosofia open source, a partire dalla possibilità di intervenire sulle formule di ranking e sul sistema di traduzione.

Ma i seri rischi corsi da Jamendo sembrano aver minacciato in qualche modo lo stesso futuro del modello economico e culturale legato alla musica in Creative Commons. Una crisi probabilmente frutto di un generale approccio approssimativo alle licenze libere, almeno secondo Davide D’Atri, CEO di Beatpick.com , piattaforma musicale online che gestisce i rapporti tra gli artisti e brand come Ralph Lauren, Toyota e 20th Century Fox.

Nel corso di un’intervista con Punto Informatico , D’Atri sottolinea come oggi il Creative Commons debba essere sfruttato più come uno strumento che come un vero e proprio modello di business . Quest’ultimo dovrebbe in sostanza possedere caratteri più simili agli approcci tradizionali. “Jamendo è stato per tre anni con la pubblicità – spiega il CEO di Beatpick – creando un enorme database di musica che non serve a molto”.

Il servizio musicale lussemburghese avrebbe in pratica peccato d’ambizione, volendo accettare chiunque sulla propria piattaforma. Con un risultato decisamente pericoloso, stando alle parole di D’Atri: cioé costi di gestione enormi e musica non sempre valida , difficile da piazzare in ambito commerciale. D’Atri ha inoltre parlato di una joint-venture annullata tra Beatpick e Jamendo, annunciando inoltre che il suo servizio andrà presto a fare concorrenza alla piattaforma di Zimmer in Francia. Tra i principali obiettivi di Beatpick c’è sicuramente quello di accompagnare gli artisti iscritti verso la notorietà in ambito commerciale. In particolare attraverso mezzi di diffusione come gli spot pubblicitari . “Per un musicista emergente è oggi certamente più difficile farsi notare – ha spiegato D’Atri – innanzitutto perché ci sono molti più tool in giro. Il nostro core business è la pubblicità televisiva, che offre la possibilità di farsi conoscere come nel famoso caso dei Tin Thing”.

L’approccio di Beatpick è dunque orientato al B2B, non avendo come target primario l’ascoltatore medio ma i vari professionisti del licensing . È volutamente scarso infatti il suo impegno nella costruzione di una social media strategy , dal momento che i rapporti commerciali vengono gestiti direttamente con le aziende. O con le grandi catene di supermercati.

D’Atri parla di un rapporto contrattualizzato a partire dal primo giorno del 2010 con il gruppo italiano Interdis , società impegnata nella grande distribuzione organizzata con quasi 3mila punti vendita in tutto il territorio nazionale. Per il CEO di Beatpick, questo significherà un risparmio di circa 800mila euro annui per la catena, che potrà quindi liberarsi dalle tariffe stilate da SIAE.

Soldi interessanti salvati dalle grandi catene di distribuzione, e conseguentemente soldi che andrebbero annualmente agli artisti del Creative Commons, visti da Beatpick come delle vere e proprie giovani startup. Per D’Atri, i guadagni attraverso la sua piattaforma potrebbero essere consistenti, in una fascia tra i 2mila e i 20mila euro . “Alcuni dei nostri artisti hanno guadagnato bene – ha spiegato – Certo, è possibile che non si venda per un po’ e poi di colpo arrivi un assegno di 3mila euro. Quanti dischi bisognerebbe vendere per guadagnare questa cifra?”.

Beatpick si rivolge quindi alle grandi catene di distribuzione, che a loro volta potrebbero risparmiare liquidità altrimenti da destinare alle collecting society come SIAE. “Noi consigliamo agli artisti di iscriversi ad Ascap o Bmi, che sono le uniche società che prevedono accordi non esclusivi – ha continuato D’Atri – E questo è in sostanza il nocciolo di tutto il problema: il mandato non esclusivo”.

Chi si iscrive ad Ascap, in pratica, può decidere quali transazioni debbano essere coperte da una collecting society e quali dal meccanismo del Creative Commons. Si tratta dunque di una gestione flessibile di un’altra gestione, quella dei diritti legati ai brani. Beatpick favorisce sia la distribuzione in CC per usi non di tipo commerciale che quella legata a spot pubblicitari e grandi catene. Un meccanismo ibrido tra apertura libera e sfruttamento delle royalty.

In genere, le cosiddette backend royalty vengono acquisite da un editore che aiuta gli artisti a pubblicare, fornendogli però un compenso che si aggira intorno al 20-30 per cento del totale . Questo per D’Atri è incorretto, dal momento che ad esempio uno spot pubblicitario già paga per lo sfruttamento commerciale alle società di collecting come SIAE. Beatpick non intende quindi prendere ulteriori percentuali, a meno che non sia lo stesso artista a richiedere un lavoro di controllo da parte della piattaforma. Controlli che, per D’Atri, sono peraltro molto difficili da portare avanti in maniera esaustiva.

Royalty, spot commerciali, supermercati, società di collecting più flessibili. Ma quale ruolo in definitiva per il Creative Commons? Per il CEO di Beatpick, le licenze libere aiutano un artista nel suo percorso iniziale, quando ha bisogno del livello massimo di diffusione. Quindi permettere ai suoi brani di distribuirsi a macchia d’olio in maniera aperta, magari attraverso gli stessi fan e i rispettivi blog o siti preferiti.

L’obiettivo di Beatpick consiste nell’incoraggiare le persone a condividere liberamente i contenuti dei suoi artisti iscritti, prima di applicare tuttavia criteri adeguati di distribuzione musicale. In pratica, a seconda degli usi che verranno fatti dei singoli brani. E c’è un altra piattaforma musicale online che vuole fare della sponsorizzazione la sua parola d’ordine, basandosi su un modello di business meno tradizionale. Il cui esito potrebbe aprire altre strade per il cammino futuro della musica in Creative Commons. Lanciato agli inizi di marzo in public beta , Buskerlabel è un servizio che mira a stabilire un contatto più stretto tra i vari artisti e una vasta platea di fan connessi. Artisti che tuttavia provengono in misura minore dal Belpaese, come spiegato a Punto Informatico dal fondatore e CEO Giulio De Luise. Contesti come quello tricolore, infatti, sarebbero contraddistinti da una certa diffidenza di fondo nei confronti dell’ecosistema Creative Commons.

I vari musicisti sarebbero dunque preoccupati per questioni legate alla tutela dei propri diritti d’autore, spinti in modo particolare dal meccanismo di collecting suggerito da SIAE. Ecco perché, ha spiegato De Luise, Buskerlabel ha raccolto un gran numero di artisti provenienti da zone diverse dell’Europa, come ad esempio quelle dell’est.

Allo stato attuale, Buskerlabel non ha messo in campo grandi strategie di marketing, cercando di perfezionare un nuovo modello per la remunerazione degli artisti. L’idea di fondo consiste nel guardare alla Rete come un bene comune, lavorando in particolare sul concetto di sponsorizzazione da parte dei netizen più appassionati . Una sorta di modello basato sulle donazioni, per spingere verso un’ottica di fair use contro quello che lo stesso De Luise definisce “sciacallaggio delle etichette”.

Una delle ambiziose sfide di Buskerlabel è quella di raggiungere una quota di cento nuovi album in CC ogni mese. Album da supportare con il meccanismo del contributo volontario, anche perché – spiega De Luise – in paesi come il Regno Unito è abbastanza normale pagare l’equivalente di 5-10 euro per un disco. E la moneta lanciata dalla piattaforma si chiama koin , un gettone del valore di 1 euro per supportare un artista e diventarne un vero fan.

Su Buskerlabel un vero fan si trasforma in un piccolo mecenate social , colui il quale aiuta gli artisti a farsi conoscere attraverso il passaparola online. Dopo aver donato un tot in euro, il vero fan ha la possibilità di ascoltare tutto un disco in anteprima e in formato ad alta qualità (wav, flac). Al contrario degli altri utenti che potranno ascoltare le canzoni soltanto dopo la loro pubblicazione ufficiale e in formati compressi come mp3 e ogg.

Tra gli obiettivi della piattaforma di De Luise infatti c’è quello di traghettare gli artisti verso una certa notorietà, in particolare fino alla pubblicazione dei propri album. Buskerlabel sfrutta proprio l’ondata condivisa di sponsorizzazioni e passaparola per accompagnare e sostenere i musicisti, che hanno l’ultima parola sul periodo che deve passare tra il caricamento dei brani online e la data ultima di pubblicazione .

In pratica, un miscuglio tra un social network per artisti e fan e una net label , che ricompensa i creatori di musica con l’ 80 per cento delle koin raccolte via PayPal . Ma c’è un obbligato interrogativo: perché non attendere che l’album venga pubblicato per poi ascoltarlo in maniera del tutto gratuita? D’altronde si tratterebbe di aspettare per un disco jazz fatto in casa e non per l’ultimo lavoro di band di fama planetaria come gli U2.

De Luise ammette che un rischio del genere è sufficientemente concreto, allo stesso tempo è convinto che l’alta qualità dell’ascolto possa pagare bene. Quelli che attenderanno saranno infatti esclusi dai formati tipo flac e wav. Ma per il CEO di Buskerlabel si tratterebbe anche di perdere l’opportunità di apparire come veri fan di un artista, diventando di fatto come dei mecenati della musica in Rete . Come dei netizen di garanzia, insomma.

Basteranno i veri fan a costruire un solido modello di business sui campi aperti della creatività libera? Probabilmente ci vorrà anche un piccolo aiuto dagli amici della pubblicità. Come spiegato dallo stesso De Luise, su Buskerlabel ci sarà l’implementazione di un modello di advertising in linea con la filosofia di fondo della label social . Anche gli inserzionisti potranno diventare dei mecenati , con doti pecuniarie più ricche.

Un corposo ritorno d’immagine, almeno stando alle dichiarazioni metaforiche di De Luise. Si tratterebbe di un impegno molto simile a quello di Lorenzo il Magnifico – ha spiegato il CEO di Buskerlabel – che alimentava le arti sia per passione che per avere un ritorno d’immagine, insomma per esserci. Fondi intelligenti e passione da antichi mecenati potrebbero così far funzionare tutto il sistema. Almeno secondo i nuovi magnifici del Creative Commons.

Mauro Vecchio

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  • Andrea Cressati scrive:
    Video
    Articolo bellissimo ma ...... i video non funzionano :(
  • LHcKezKz scrive:
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  • cavit scrive:
    VIRTUALIZZAZIONE
    ho un solo e grande dubbio in merito alla virtualizzazione:spesso, le soluzioni di virtualizzazione realmente complete sono costose e così vengono utilizzate solamente in casi particolari e da poche società, diciamo le medie/grandi. VirtualBox invece, si presenta come una applicazione interessante e soprattutto gratuita: chi di voi mi sa dire quanto effettivamente sarebbe interessante per una società x la quale lavoro composta da 35 persone applicare/implementare una soluzione del genere proposta dalla Microsoft?Non mi convince, e vorrei essere aiutato con dei casi veri e propri. Non chiedo di darmi tutta la case, ma quantomeno...e qui mi rivolgo a Microsoft di darmi una idea convincente.Grazie
    • msevangelist scrive:
      Re: VIRTUALIZZAZIONE
      Microsoft Hyper-V Server 2008 R2 è gratuito e puoi trovare tutte le informazioni relative e scaricare il prodotto da questo link: http://www.microsoft.com/hyper-v-server/en/us/r2.aspxPuoi trovare dei case a questo link: http://www.microsoft.com/virtualization/en/us/case-studies-featured.aspxBuona serataPierGiorgio Malusardi
  • badgeT scrive:
    USB virtualization: soluzioni?
    Ciao boys.Avrei l'esigenza di virtualizzare su USB per rendere portabili le mie APP.Ho provato questo: http://www.moka5.com/Delusione è dire poco. Non funge nada.Altre idee? Qualcuno di voi c'è riuscito con sw stabili?
    • 7antA scrive:
      Re: USB virtualization: soluzioni?
      Se sei pratico di vmware puoi provare con Pocket Ace.Info qui:http://www.vmware.com/pdf/pocket_ace_technote.pdf
  • alessandro scrive:
    Server fisici vs server virtuali
    Se ho ben capito, virtualizzare significa anche passare da server fisici a server virtuali: questo potrebbe essere un problema per la sicurezza?Nel caso, quali misure tecniche occorre adottare? Avete dati/studi/pareri tecnici su questi aspetti?Ho posto la stessa domanda agli esperti Microsoft, vediamo cosa ne pensano...PS - Complimenti a Punto Informatico, xchè trovo davvero molto utile e pieno zeppo di spunti interessanti questo approfondimento e anche (x me) un'occasione di crescita professionale (soprattutto se gli esperti Microsoft risponderanno davvero, eh eh eh ;-))Alex
    • valerio scrive:
      Re: Server fisici vs server virtuali
      Ciao Alessandro, la cosa interessa molto anche me.Spero ti rispondono ;-)Ho aggiunto a loro una mia domanda, visto che vorrei installare Windows Virtual PC senza virtualizzazione HAV. Vediamo che ci dicono :-)ciaoValerio
      • valerio scrive:
        Re: Server fisici vs server virtuali
        A chi interessasse, Pier Giorgio Malusardi (che ringrazio) ha risposto alla mia domanda di cui sopra. Ecco la sua risposta:"Windows Virtual PC è disponibile per le versioni 32 e 64 bit di Windows 7. Fino a poco tempo fa Windows XP Mode (non Windows Virtual PC) necessitava del supporto hardware alla virtualizzazione, questo ora non è piu vero. E' possibile avere maggiori informazioni a questi link: - Windows Virtual PC FAQ: http://www.microsoft.com/windows/virtual-pc/support/faq.aspx - Windows Virtual PC Requirements: http://www.microsoft.com/windows/virtual-pc/support/requirements.aspx - Windows Virtual PC Documentation: http://www.microsoft.com/windows/virtual-pc/support/default.aspx - DesktopVirtualizationHour Press Material: http://www.microsoft.com/presspass/press/2010/mar10/03-18DesktopVirtPR.mspx" Mi fa molto piacere che non sia più vero che serva HAV. Tra l'altro, grazie alla documentazione di cui sopra, ho trovato i tool che si possono installare per superare il mio problema.A chi servono, li trova qui ;-)http://www.microsoft.com/downloads/details.aspx?FamilyID=837f12aa-1d37-464e-ae59-20c9ecbebaf6&displaylang=en
  • budman scrive:
    Server sfruttati solo 20-30%
    In questo mi ci ritrovo.Sul server che ospita i miei siti il consumo è simile anche per me.Non capisco però bene come potrei aumentrne il rendimento e ridurre gli sprechi virtualizzando.Cioè: se uso + server devo ridurre a uno solo fisico e altri virtuali?Ma le prestazioni non vanno giu?Altri dati/info?
  • stargazer scrive:
    Su commissione?
    L'articolo è interessante, ma tratta l'argomento dal punto di vista di un unico sistema prodotto da un'unica azienda.Sembra quasi una brochure... mi sbaglio?
    • treck scrive:
      Re: Su commissione?
      Si tratta di "approfondimenti partner", come puoi leggere.Sono dunque - mi pare di capire - iniziative speciali in cui l'editore "ospita" il cliente.Per fortuna, per una volta, sono pure molto utili ;-)Personalmente, sto leggendo il pezzo con interesse.Chiaro è che siano "su commissione", dato che Punto non li mette nella home tra le news come fa di solito ma li mette nella home page nel boxino tipicamente dedicato agli sponsor.E poi te lo dice pure: "PARTNER"!!!E come te lo devo dire più? ;-)Insomma, mi pare chiara e trasparente l'operazione.Altro che in altri siti - esempi a iosa - che mischiano gli articoli all'ADV.In questo, voglio complimentarmi con Punto e non sto scherzando. Avrebbe potuto NON scrivere nulla e pubblicare l'approfondimento tra gli articoli. NON lo ho fatto. Bene così, davvero :-)by 3ck
      • stargazer scrive:
        Re: Su commissione?
        Oops... Proveniendo dai feed non avevo letto la cosa del "partner" :-)E sì, sono d'accordo con te, la trasparenza in questo tipo di situazioni è un valore.E' anche vero che ero abituato a un altro PI...
  • free for all scrive:
    scoperta dell'acqua calda
    virtualizzazione, xen, chroot, jail, e via dicendo.. tecnologie informatiche arcinote e in uso da decenni sugli altri sistemi operativi seri, bsd in testa, come al solito microshaft scopre l'acqua calda (in ritardo) e la pubblicizza come una innovazione rivoluzionaria. non ho (altre) parole.
    • remi71 scrive:
      Re: scoperta dell'acqua calda
      Approvo in pieno! M$ parla di innvovazione e poi gli argomenti contengono tecnologie già presenti 10 anni fa (RDP, profili remoti...), tutte cose già utilizzate ai tempi di Citrix. In tutti i datacenter che ho girato ultimamente (e parlo di realtà medio-grandi) non ho ancora visto un hyper-v installato, ma solo e solamente tanti prodotti di VMwAre (in primis ESX e ESXi) e ora anche View 4 per i desktop.Come in molte altre occasioni i grandi geni presenti in M$ sono arrivati tardi (vedi anche per i motori di ricerca=google) e ora (per fortuna) non sono loro lo standard di fatto, a dimostrazione che i cervelli in grado di fare ottime cose a partire da solide basi linux (=unix) non li hanno solo loro. VMWare ha iniziato con la virtualizzazione quasi 10 anni fa quando questi manco sapevano cosa era. Ora dopo che la penetrazione in ambito virtualization nel 90% dei casi si chiama VMWare con un'affidabilità e facilità di gestione ottimi, a chi pensate si rivolgeranno queste aziende se intendono virtualizzare applicazioni e desktop??? A M$? così da buttare nel XXXXX tutto il resto?La realtà è che il modello su cui continua ad insistere M$ di carrozzoni applicativi appoggiati ai loro carrozzoni di SO è vecchio e comincia a dimostrarlo ampiamente. Saluti a tutti
      • andrea scrive:
        Re: scoperta dell'acqua calda
        A proposito dei vantaggi (ho visto che molti si chiedono quali sono) vi riporto il parere di Alessandro Perilli (microsoft most value professional 2008/9).Mi pare interessante: "Lo scopo dei prodotti di virtualizzazione è astrarre le risorse fisiche come il proXXXXXre, la memoria, lo spazio disco e la banda di rete, e ottimizzare l'uso rispetto alle applicazioni che ne fanno richiesta. Questa razionalizzazione implica maggior disciplina nell'amministrazione del data center. Di solito le aziende più grandi già implementano degli strumenti estremamente sofisticati per controllare il modo in cui le infrastrutture vengono gestite, dai prodotti di enterprise management a complessi framework operativi. Le PMI solitamente hanno più difficoltà nell'implementazione di processi e tecnologie per il controllo dei server e delle applicazioni. Questo handicap porta ad uno spreco delle risorse disponibili, sia in termini di capacità computazionale sia in termini di ore/uomo dedicate alla manutenzione dei sistemi".
  • claudio scrive:
    Qualcuno di voi usa la virtualizzazione?
    Ragazzi, colgo l'esempio di carb per chiedere a tutti voi?Qualcuni di voi usa nel proprio lavoro la virtualizzazione?Mi fate qualche esempio di uso CONCRETO in cui l'avete usata?E con quali risultati? Gradirei casi di utilizzo reale e non teorici.Con tutti gli esempi di vantaggi ottenuti (e misurati!)Sono indeciso se alla mia azienda possa servire o meno.Mi aspetto di capirci qualcosa in più dai vostri esempi ;-)Grazie a chi vorrà aiutarmi a capire ClaudioPS - sono a.d. di un'azienda ICT servizi tecnologici e multimedia
    • LucianoT scrive:
      Re: Qualcuno di voi usa la virtualizzazione?
      credo che la usino veramente in tanti in ambito aziendale.Noi in ufficio abbiamo un nodo hardware con i servizi separati su più macchine virtuali:Servizi di rete (dhcp, dns, proxy...)Dominio (active directory, cartelle condivise, profili mobili...)Mailtomcat con un software di knowledgeweb server con crm e qualche altra cosaOltre ai normali backup le immagini dei server virtuali si copiano regolarmente ogni ora su disco rimovibileil vecchio server è installato come nodo hardware, ma spento, ed in caso di guasto al server principale possiamo ripristinare la rete in circa 15 minuti.Se l'azienda cresce aggiungiamo un altro server e spostiamo alcuni server virtuali da una macchina all'altra in modo da bilanciare il carico.Se cambiamo server stessa cosa.Lo installi come nodo hardware e sposti le macchine sopra.
      • claudio scrive:
        Re: Qualcuno di voi usa la virtualizzazione?
        Luciano, grazieDimmi una cosa: è complicato?Hai risparmiato davvero?Si guadagna nelle performance?Qualcun altro ha degli esempi concreti?Ancora grazie @Luciano :-)
        • LucianoT scrive:
          Re: Qualcuno di voi usa la virtualizzazione?
          Nella nostra piccola struttura non abbiamo risparmiato, però se avessimo avuto la possibilità di consolidare un certo numero di macchine reali portandole su due sole macchine reali il risparmio ci sarebbe stato, anche nella bolletta elettrica.Il tempo dedicato all'installazione è stato almeno doppio, ma c'era da imparare un po' di cose.Per la manutenzione invece è sicuramente un notevole vantaggio.Come dicevo per cambiare un nodo hardware la procedura è standard e non richiede di reinstallare i servizi o quant'altro.Se devo aggiornare qualche pacchetto importante clono la macchina virtuale, l'aggiorno vedo come va e se tutto ok la sostituisco alla precedente.Il disaster recovery è notevolmente avvantaggiato e così via.
          • claudio scrive:
            Re: Qualcuno di voi usa la virtualizzazione?
            Ancora grazie :-)Mi sa che dovrò pensare anch'io a soluzioni di virtualizzazione, l'ultimo aspetto che mi segnali (disaster recovery + aggiornamento facile macchine) riguarda molto da vicino anche la mia aziendaApprofondirò.Grazie mille intanto.
  • un passante scrive:
    Ottimo
    ottimo articolo, chiaro e sintetico.Complimenti al redattore. ;)
    • carb.d scrive:
      Re: Ottimo
      Sto finendo di leggerlo. Devo dire che è un approfondimento lungo, ma è comunque interessante. Stavo anche vedendo qualche video.Qualcuno di voi usa le soluzioni di virtualizzazione Microsoft nella sua azienda?Io ho una PMI con 9 dipendenti in sede e 3 da remoto.Secondo voi risparmiarei usando soluzioni virtualizzate?Serviamo supermarket connessi al web per le consegne e in tutto abbiamo 3 server collegati tra loro e relativi DB in locale e remoto.Ma MOLTISSIMI accessi in contemporanea dalle sedi locali connesse.Grazie a chi saprà dirmi di più :-)
      • carb.d scrive:
        Re: Ottimo
        Grazie.Non avevo visto!Ottima cosa perchè se ho capito bene rispondono gli esperti Microsoft evangelist direttamente.Ottimo :-)Grazie ancora!Ci provo subito
    • joe21 scrive:
      Re: Ottimo
      Direi proprio di si, ottimo approfondimento, tratta del tema della virtualizzazione sotto ogni punto di vista, ottimi anche i contenuti, il materiale vario e , soprattutto i video, ce ne sono diversi per ogni pagina dell'articolo.
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