Pesciolino: la biografia di Lista Brennan-Jobs, la figlia di Steve Jobs

L'incredibile storia di Lisa Brennan-Jobs

Pesciolino, la biografia della figlia di Steve Jobs, Lisa Brennan-Jobs: un racconto spiazzante sull'incredibile storia di un padre e una figlia.
L'incredibile storia di Lisa Brennan-Jobs
Pesciolino, la biografia della figlia di Steve Jobs, Lisa Brennan-Jobs: un racconto spiazzante sull'incredibile storia di un padre e una figlia.

Lisa Brennan-Jobs è la prima figlia di Steve Jobs. “Pesciolino” è il titolo della sua biografia, pubblicata in queste ore anche in Italia da Rizzoli (qui su Amazon, qui su Kindle). E si tratta di una storia incredibile, a tratti folle, per l’incredibile normalità e anormalità che convivono assieme all’interno delle stesse vite. La storia è quella di Lisa, la figlia che Steve Jobs ebbe il 17 maggio 1978 prima di diventare quell’icona che lo ha in seguito trasformato in una delle persone più importanti al mondo. Posizione strana, quella di Lisa: al tempo stesso nella posizione che miliardi di persone al mondo desidererebbero, nella famiglia in cui chiunque vorrebbe essere, ma al tempo stesso sola e triste nel suo anomalo percorso di vita.

Chiunque vorrebbe poter dire “io sono la figlia di Steve Jobs”, ma per Lisa questa condizione è presto diventata una gabbia dorata dalla quale non è riuscita a sfuggire. Fino alla fine, almeno. Fino a quando non ha trovato la propria identità al di fuori di quella che era l’ombra di suo padre.

“Sai chi sono?” mi chiese. Si scostò i capelli dagli occhi. Ero troppo piccola, non potevo saperlo. “Sono tuo padre. Sono una delle persone più importanti che ti capiterà di conoscere”.

Lisa e Steve

Il racconto inizia e finisce nello stesso punto, quello più intimo di Steve Jobs: il suo capezzale, nei suoi ultimi giorni di vita. L’estrema magrezza e la consapevolezza di quel che stava per accadere lo costringevano a letto, in piena lucidità, a fare i conti con il proprio passato. Lisa c’è, Lisa è lì. La figlia prima ripudiata, poi accolta, poi respinta, infine abbracciata in punto di morte come suo più grande e ultimo rammarico.

Era seduto sul letto con indosso un paio di pantaloncini. Le gambe erano nude ed esili, più simili a braccia, piegate come quelle di una cavalletta […] Era seduto con la schiena appoggiata a un mucchio di cuscini, le gambe pallide e magre come ferri da calza. […] Era solo, sveglio, e sembrava mi stesse aspettando. Mi sorrise.

La storia di Lisa è costellata di molti personaggi che, ognuno a modo suo, ha compensato alle carenze di un padre che definire “anomalo” è sicuramente un eufemismo. Una madre dall’animo hippie (Chrisann Brennan), ragazza madre che si è trovata a dover allevare una figlia tra mille problemi psicologici ed economici, spesso aiutata dall’assente Steve senza tuttavia mai poter avere la sicurezza del domani.

Il rapporto tra Lisa e Steve è stato pertanto ambivalente per natura, sempre violentemente contraddittorio, fatto di confidenze estreme e distanze abissali. Ricchezza e povertà, amore e odio, attrazione e repulsione, due dimensioni inestricabilmente attorcigliate che emergono alternativamente, quasi casualmente. Lisa è figlia di Steve, ma Steve nega e spergiura che possa essere vero; per contro, lei si trova a dover fare i conti con la sua figura tutta la vita, sfruttandone la posizione quando possibile, ma senza mai a potersi sentire davvero la figlia amata e riconosciuta che avrebbe voluto.

La sensazione che mi dovesse delle piccolezze era fortissima, dolorosa

Ed è così che Lisa, non potendo godere di un padre che ama, cerca di appropriarsene poco alla volta, rubando piccoli oggetti o girovagando tra le immense stanze delle sue vuote abitazioni. Un senso di incompletezza accompagnerà Lisa fino alla fine, fino alla restituzione degli oggetti, fino a quel letto di morte in cui tutto trova compimento senza gioia. Ma tra le lacrime.

Lacrime

Il gran finale: questo voleva Lisa. Questo avrebbe chiuso il cerchio, scatenato il perdono, celebrato l’idillio dell’amore complesso per quel padre-non-padre che Steve era stato. Ma il gran finale non arriva.

Questa è l’ultima volta che mi vedi. Ora devi lasciarmi andare.

Con queste parole Steve svela a Lisa tutto il suo rammarico per gli errori fatti con lei. Dopo essersi negato per una vita, è a lei che dedica le sue ultime e rare lacrime.

Le lacrime gli scorrevano lungo il viso. Prima che si ammalasse l’avevo visto piangere solo due volte, la prima al funerale di suo padre e la seconda al cinema, alla fine di Nuovo Cinema Paradiso quando ho avuto l’impressione che stesse addirittura tremando.

“Vorrei che avessimo più tempo”, “non ti ho dedicato abbastanza tempo”, “adesso è troppo tardi”, “sono in debito con te”. Il suo rammarico fu il tempo, quello perso, quello andato, quello che ormai non aveva più e che pertanto non poteva più restituire. La reazione è fredda: alle lacrime in punto di morte non crede la moglie Laurene e neppure Lisa riesce più a farne tesoro. Tutto attorno la descrizione di stanze vuote, di estranei alla porta che tentano di portare un ultimo omaggio, un’aura di silenzio attorno alla dipartita che si stava per consumare.

Nessuna riconciliazione vera con Steve, quindi, ma Lisa sente di essersi almeno riconciliata con sé stessa. “Non avrei scambiato nessuna parte della mia esperienza con la vita di qualcun altro“, chiude con la forza del senno del poi. Ma il lieto fine è tutto interiore, intimamente sofferto.

Steve Jobs, il denaro, il cibo

Quello stesso padre che cambiava Porsche ogni qualvolta vi trovava su una riga che avrebbe imposto una riverniciatura, latitava quando alla mamma di Lisa servivano pochi spiccioli per andare avanti. Quello stesso padre a capo di una delle aziende più importanti al mondo, seduto sopra un capitale immenso, si rifiutava di pagare l’Università alla figlia. Quello stesso padre che poteva permettersi immense abitazioni e lussuose tenute, non aggiustava il riscaldamento per la figlia che ospitava. Questa è l’incredibile condizione che Lisa affrontava vivendo con un piede a casa Brennan e con l’altro a casa Jobs.

Tutti quelli che gli stavano accanto avevano avuto un assaggio dell’atteggiamento stravagante che lui aveva con il denaro: prima si offriva di pagare qualcosa, grande o piccola che fosse, per poi tirarsi indietro. […]

Forse l’avarizia serviva a proteggere la parte creativa, ragion per cui essere avari per avvicinarsi al genio è altrettanto stupido che cercare di avere successo imitando la sua pronuncia blesa o il suo modo di camminare. […]

Laurene aveva comprato un abito di velluto per la nipote usando la sua carta di credito e lui le aveva fatto passare un brutto quarto d’ora. […] Si indignava quando le cose erano troppo care, rifiutandosi di comprarle

La casa era invece grande e vuota, piena di grandi cose in grandi stanze: un grande televisore, un grande camino, ma soprattutto immensi spazi vuoti (tanto che, per firmare alcune carte relative al doppio cognome di Lisa, ospitò il notaio facendolo sedere in terra).

Rigido e assiomatico era invece il rapporto con il cibo: la cultura vegana era stata coltivata negli anni hippie con la mamma di Lisa, ma era poi stato metabolizzato con sempre maggior radicalità negli anni del successo. Ed è così che la prima sera in cui Lisa viene ospitata da Steve, a tavola si trova ad accoglierla una grande insalata e nulla più. Steve non esitava però anche a tentare di imporre la propria idea ai convitati, senza mai negare occhiate nere e traumatiche frecciate per chiunque assaporasse “cibo morto”:

Cosa c’è che non va in te? No, dico sul serio. Non dovresti nemmeno parlare. E non dovresti mangiare. Perché quella roba che stai mangiando è merda.

Mio padre

L’espressione “mio padre” è ossessivamente ripetuta nel libro come rigurgito intimo del sentimento di Lisa per Steve. Nelle parole “mio padre” c’è tutto: c’è l’amore di lei, il mancato riconoscimento da parte di lui, il percorso successivo del loro rapporto. Dentro quel “mio padre” Lisa confeziona i propri scompensi, le proprie paure, le proprie decisioni di vita; a quel “mio padre” si raffronta in ogni momento, vivendovi all’ombra fin quando l’ombra non si è fatta magra fino a scomparire. In quel “mio padre” si rifugia quando l’ostacolo si fa troppo complesso e poter dire “sono la figlia di Steve Jobs” diventa un elemento facilitante agli occhi del mondo esterno.

“Ho freddo”, spiegai a mio padre in cucina la mattina dopo. “Farai riparare il riscaldamento?”

Prese un succo di mela dal frigorifero. “No. Non finché non ristrutturiamo la cucina” disse “e non abbiamo intenzione di farlo a breve”.

Prima del Macintosh venne Lisa: rivelatosi un insuccesso commerciale, in realtà nella storia del computing rimane una pietra miliare che anticipò molte delle innovazioni successive. Ma Steve non ammise mai che quel computer prendeva il nome di sua figlia, e più volte negò la cosa di fronte ai suoi occhi, su specifica domanda, negando l’evidenza così come tentava di negare la validità della genetica nel momento in cui dimostrava in modo inoppugnabile che il DNA certificava la paternità. Solo dopo molti anni Steve Jobs ammise che il computer Lisa prendeva il nome proprio dalla figlia non riconosciuta: successe a tavola, nella cittadina di Èze in Costa Azzurra, ed a porre la domanda era stato in quel caso Bono Vox.

Era come se le persone famose avessero bisogno di altre persone famose per confessare i loro segreti.

Emblematico nel racconto del rapporto tra Lisa e Steve è il momento in cui arriva in regalo il primo computer della NeXT. Un regalo in pompa magna, con Steve che lo estrae dalla confezione con Lisa, lo monta, lo accende. Ma qualcosa non funziona e il computer non parte. A quel punto Steve si riporta via il computer e Lisa non riceverà mai più in regalo né un NeXT, né un Mac.

Lisa è in fin dei conti il filo che tiene assieme tutta la vita di Steve: elemento silente e onnipresente, tassello d’angolo catapultato in ognuna delle storie d’amore del padre e calata in ognuno dei passaggi di vita fondamentali. Ma tassello mai centrale, mai protagonista, mai celebrato, mai completamente coinvolto. Fino alle lacrime, quelle sì, dedicate e sincere.

Il libro

Dentro “Pesciolino” (traduzione dell’originale “Small Fry“), Lisa Brennan-Jobs traccia un doppio ritratto estremamente intimo, ma di due persone differenti che si specchiano l’una nell’altra. La figura di Steve Jobs emerge così dagli occhi di Lisa così come la figura di Lisa trapela dalle parole di Steve. Ne esce un racconto molto umano, nel quale la parte tecnologica e professionale di Jobs quasi non esiste: Lisa ne racconta il tratto intimo, quel che era in casa, quel che rappresentava per la sua famiglia. Il resto non usciva dagli uffici Apple o da quelli della NeXT: le vicissitudini professionali arrivavano a Lisa soltanto tramite i giornali.

Pesciolino

Nelle parole e con gli occhi di Lisa si può osservare il re nudo che si nascondeva dentro Steve Jobs: un ritratto fatto di potenza e debolezza, fascino e brutture, raffinatezza e apatia, calore e impenetrabilità, rigidità e disordine. Tutto in uno, tutto assieme, parti differenti di una stessa unità, un chiaroscuro continuo che disorienta e crea angoscia.

Un racconto spiazzante, costituito della normalità che non ci si aspetta da una posizione tanto eccezionale, ma al tempo stesso tanto anormale in un contesto che dovrebbe garantire la più solida delle normalità. Ma proprio per questo, proprio per i suoi strappi violenti, il racconto di Lisa Brennan-Jobs è un racconto scritto con inchiostro e sincerità. Una appendice necessaria, peraltro, per chi voglia capire a fondo Steve Jobs andando oltre la sua biografia ufficiale e le immagini dei suoi memorabili “One more thing” che hanno scritto la storia.

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Pubblicato il
5 set 2018
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