Petrolio quota 100: un problema anche per la transizione

Petrolio quota 100: un problema anche per la transizione

Il prezzo del petrolio dipende dagli accordi OPEC+ e dalla capacità di produzione, ma se non scende peserà anche sulla transizione ecologica.
Il prezzo del petrolio dipende dagli accordi OPEC+ e dalla capacità di produzione, ma se non scende peserà anche sulla transizione ecologica.

La giornata di oggi è caratterizzata da una nuova riunione dell’OPEC+ dalle cui decisioni potrebbe dipendere il proseguimento del trend rialzista del prezzo del petrolio. Tale decisione potrebbe però avere ripercussioni indirette sul mondo delle rinnovabili, creando un corto circuito sul quale bisognerà attendere chiarimenti soprattutto dal mondo della politica e, nel nostro caso, dal Ministero per la Transizione Ecologica.

Petrolio, quota 100?

Il prezzo del petrolio è oggi in area 90 dollari e secondo molti analisti potrebbe presto approcciare anche area 100. Addirittura c’è chi ipotizza la possibilità di sfondare questo muro, andando in area 130 come orizzonte massimo di medio periodo. Si tratta di stime che devono giocoforza spaventare un mondo che ad oggi è ancora fortemente incentrato sulle materie prime di origine organica, poiché sbalzi di questo tipo non possono far altro che spingere al rialzo i prezzi al consumo con fiammate inflattive tali da destabilizzare l’industria ed i bilanci familiari.

Proprio qui scatta il corto circuito. Oggigiorno il Governo sta calmierando queste fiammate con interventi diretti e con tentativi di mediazione sul fronte della geopolitica, assicurando al Paese i necessari approvvigionamenti ed investendo pesantemente per calmierare l’impatto sulle bollette. Sul fronte del gas si può fare qualcosa, mentre sul fronte del petrolio e del costo del pieno di benzina, invece, non si può fare granché. In tutti i casi, ogni costo extra per lo Stato diventa risorsa che il Paese deve trovare e che in questo momento sta pensando di dirottare dalla bolla degli “extraprofitti”, surplus di valore derivanti proprio dall’aumento dei costi delle materie prime.

Il mondo delle rinnovabili si trova ora a interrogarsi: se gli approvvigionamenti sono complessi, se viene meno la politica di incentivo, se i profitti subiranno tassazioni aggiuntive e se il Paese fa venir meno l’impegno nella transizione proprio per calmierarne gli effetti, allora i tempi si allungano e gli obiettivi si allontanano.

Il ministro Cingolani lo ha detto più volte: la transizione ecologica non è la causa del caro-bolletta. Ciò nonostante, i due mondi sono direttamente ricollegati perché se il Governo deve distrarre fondi agli investimenti per ridurre l’impatto di ciò che succede sui fronti del gas e del petrolio, allora ecco che la transizione diventa ostaggio di quello stesso mondo dell’energia che si vorrebbe ribaltare a colpi di fotovoltaico e di eolico.

La transizione non sarà semplice né indolore, né tanto meno breve. Il timore è però che possa costare più di quanto già non si sia immaginato, il che creerebbe problemi immediati non di poco conto. Proprio nel momento in cui il petrolio è più caro, le auto elettriche dovrebbero convenire e mentre il gas aumenta le pompe di calore dovrebbero essere ancora più appetibili. La realtà, però, è molto più complessa e il corto circuito in atto ne è testimone fedele.

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Pubblicato il 2 feb 2022
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