Tutte le piattaforme che hanno messo al bando Trump

Giro di vite nei confronti degli account ufficiali appartenenti all'attuale inquilino della Casa Bianca e delle community che lo sostengono.
Giro di vite nei confronti degli account ufficiali appartenenti all'attuale inquilino della Casa Bianca e delle community che lo sostengono.

In qualche modo l’appello di Michelle Obama è stato ascoltato: le più importanti realtà del mondo online e più nel dettaglio quelle che operano nel territorio dei social network hanno imposto un ban agli account ufficiali di Donald Trump (o a quelli delle realtà più marcatamente schierate in suo favore) privando di fatto il presidente uscente del mezzo di comunicazione utilizzato con maggiore frequenza durante i suoi quattro anni di permanenza alla Casa Bianca.

I ban di Donald Trump: da Facebook a Twitch

Ci sono anzitutto Facebook e Twitter con gli interventi che hanno provocato la migrazione in massa dei sostenitori verso Parler, ma anche Reddit, luogo di discussioni e confronto che tanto ricorda i forum di una volta. Via da Twitch, dove il tycoon era presente fin dall’ottobre 2019, inciampando a metà dello scorso anno in un primo stop per incitamento all’odio. Nell’elenco figurano poi Instagram e Snapchat. Da segnalare inoltre l’intervento di Shopify che ha chiuso due store affiliati, uno dei quali per la vendita di merchandise, e quello di Stripe che ora impedisce qualsiasi transazione economica a supporto della campagna trumpiana.

C’è infine chi pur non imponendo un vero ban ha annunciato un’applicazione più severa delle norme contro la disinformazione, è il caso di YouTube. Diversa la posizione di TikTok, nonostante i rapporti di certo non idilliaci con l’attuale amministrazione USA: la piattaforma ha scelto per il momento di limitarsi a reindirizzare hashtag come #stormthecapitol e #patriotparty ai documenti relativi alle proprie policy. Approccio simile quello adottato da Pinterest per ##StopTheSteal. Discord ha invece spento il server The Donald negando sia stato impiegato per organizzare l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio.

Fonte: Axios
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