Come anticipato a fine settembre, SpaceX ha portato in orbita il primo satellite AI di Google. In realtà, il prototipo è stato realizzato da Planet Labs, ma al suo interno ci sono versioni modificate delle TPU (Tensor Processing Unit) che l’azienda di Mountain View utilizza nei data center terrestri.
Project Suncatcher: data center orbitali
Project Suncatcher è il nome assegnato da Google al progetto di ricerca che servirà per verificare se lo spazio può in futuro ospitare data center AI. Con la missione Transporter-18 di SpaceX del 1 ottobre sono stati lanciati 130 payload di varie aziende, uno dei quali era il satellite Project Suncatcher M1 realizzato da Planet Labs per conto di Google.
L’azienda californiana ha confermato di aver stabilito il collegamento con il satellite, quindi tutto funziona come previsto. Nel corso delle prossime settimane verranno raccolti dati per valutare come le TPU gestiscono le sollecitazioni fisiche del volo spaziale, le radiazioni e le temperature estreme.
Se i risultati saranno positivi, Google lancerà altri due satelliti progettati specificamente (sempre da Planet Labs) per il calcolo avanzato, in grado di gestire carichi di lavoro più impegnativi. Le versioni future potranno combinare l’elaborazione tramite un collegamento di comunicazione laser. Come è noto, i data center terrestri consumano enormi quantità di energia. Nell’orbita terrestre bassa, i satelliti possono sfruttare una luce solare quasi costante, generando fino a otto volte più energia rispetto a quanto avvenga sulla Terra.
In base ai dati raccolti finora, il prototipo sembra aver superato il primo test, quello delle sollecitazioni fisiche (accelerazione e vibrazioni). Verrà ora verificata la resistenza alle radiazioni (eventi solari e raggi cosmici) e il funzionamento del sistema di raffreddamento. Nello spazio non c’è aria, quindi l’unico modo per smaltire il calore è l’irraggiamento. Nei prossimi giorni dovrebbero essere forniti aggiornamenti sulla missione.