OpenAI ha bisogno di soldi. ChatGPT ha centinaia di milioni di utenti ma non genera profitti. Gli abbonamenti Plus non bastano, le API non bastano, le funzioni di e-commerce idem. Quindi arriva la pubblicità. E OpenAI ha deciso di farla pagare carissima: circa 60 dollari ogni 1000 visualizzazioni, il triplo di quanto costa fare pubblicità su Facebook o Instagram.
Pubblicità su ChatGPT: OpenAI chiederà una somma astronomica agli inserzionisti
Per capire quanto sia folle, su Meta si spendono circa 20 dollari per 1000 impression con targeting dettagliato, dati demografici precisi, retargeting, pubblici simili e strumenti di analisi avanzata. Su ChatGPT si spenderà 60 dollari per le visualizzazioni base, senza targeting avanzato, senza dati dettagliati sul pubblico, solo il numero di impression e clic.
Eppure OpenAI è convinta che gli inserzionisti pagheranno. Perché ChatGPT ha qualcosa che nessun altro ha: attenzione totale dell’utente in un momento di bisogno. Quando gli utenti chiedono a ChatGPT come risolvere un problema o cosa comprare, sono ricettivi, pronti ad agire. E questo vale oro per gli inserzionisti. Ma 60 dollari per 1000 impression senza targeting dettagliato, è una scommessa audace.
Le pubblicità solo per gli utenti gratuiti (per ora)
I test sono partiti solo negli Stati Uniti, per i maggiorenni e per chi usa la versione gratuita di ChatGPT o l’abbonamento ChatGPT Go (quello da 20 dollari al mese che non include tutti i benefit di Plus).
Gli annunci appariranno sotto le risposte di ChatGPT, con etichetta chiara “Pubblicità” o “Sponsorizzato“, OpenAI ha mostrato un’anteprima. E promette solennemente che il contenuto della pubblicità non influenzerà il modo in cui l’AI risponde alle domande dell’utente. Perciò, se si chiede qual è il miglior PC portatili per programmare
e c’è un annuncio di Dell, ChatGPT non dirà che i laptop Dell sono i migliori solo perché Dell sta pagando. La risposta sarà onesta, la pubblicità apparirà sotto. Almeno in teoria.
OpenAI ha anche immaginato un formato interattivo, un tipo di pubblicità con cui si può conversare. Ad esempio, si potrà chiedere quanto costa questo prodotto
o è disponibile nella mia città
e l’annuncio risponde.
OpenAI ha promesso anche di non vendere mai i dati degli utenti agli inserzionisti e di dare agli utenti controllo su come i loro dati vengono usati per la personalizzazione. È possibile disattivare la personalizzazione, e cancellare i dati usati per le pubblicità.
È nobile, ma rende gli annunci molto meno targettizzati. Per un’azienda che vende scarpe da running e vuole targetizzare corridori tra 25 e 40 anni interessati a maratone, su Meta si può fare con precisione. Su ChatGPT no. Si mostra l’annuncio a tutti, sperando che qualcuno sia interessato. La scommessa è che l’attenzione valga più del targeting.
L’ultima spiaggia
Sam Altman ha detto che OpenAI potrebbe fallire se non trova nuove fonti di revenue. E la pubblicità è la risposta. È il modello che ha funzionato per Google, Meta, YouTube, ma OpenAI parte svantaggiata, non può vendere i dati degli utenti (ha promesso di non farlo), non può fare targeting invasivo (minerebbe la fiducia), e deve bilanciare monetizzazione e user experience. Se gli inserzionisti pagano e vedono il ROI positivo, OpenAI avrà trovato la sua gallina dalle uova d’oro.