Revenge porn, 18 anni di carcere per l'estorsore

Gestiva un business basato sulla monetizzazione della vergogna: l'amministratore del sito ugotposted.com è stato condannato per furto di identità ed estorsione
Gestiva un business basato sulla monetizzazione della vergogna: l'amministratore del sito ugotposted.com è stato condannato per furto di identità ed estorsione

Le immagini venivano condivise da cracker e da netizen capaci di guadagnarsi la fiducia di partner disposti a regalare le proprie nudità in un consesso privato, poi rese pubbliche sul sito ugotposted.com insieme a link ad account Facebook e a quanto necessario ad identificarne il soggetto: una gogna su cui si fondava un meccanismo estorsivo che prometteva la rimozione delle foto in cambio di una somma di denaro. Ugotposted.com non è più operativo da tempo, il suo amministratore è stato ora condannato: dovrà scontare 18 anni di carcere.

Era il 27enne Kevin Christopher Bollaert ad aver architettato le dinamiche di business di ugotposted.com : da dicembre 2012 a settembre 2013 aveva messo a frutto l’advertising ospitato fra le 10mila foto pubblicate senza consenso, racimolando una media di 900 dollari al mese, denari da sommare a quelli estorti con changemyreputation.com , servizio messo a disposizione per offrire a pagamento la rimozione delle immagini dal sito principale. Le vittime degli scatti pubblicati avrebbero assicurato a Bollaert circa 30mila dollari.

Le testimonianze di numerose vittime si sono avvicendate nell’aula del tribunale californiano in cui è stato celebrato il processo: l’amministratore del sito era già stato condannato nel 2014 a dei risarcimenti, era già stato riconosciuto colpevole per i reati di estorsione e di furto di identità e ora è stato condannato a scontare 18 anni di carcere.

La pena non è dunque stata inflitta esplicitamente per il reato di revenge porn, introdotto nella legge californiana nel 2013, ma la sentenza, secondo il procuratore generale Kamala D. Harris, “rende chiaro che ci saranno delle conseguenze gravi per coloro che traggono profitto dallo sfruttamento di vittime online”.

Bollaert potrà ricorrere in appello per tentare di ribaltare la sentenza: per difendersi dall’accusa di furto di identità è probabile farà leva sul proprio ruolo di intermediario, cercando di avvalersi del regime di non responsabilità riconosciuto dalla sezione 230 del Communications Decency Act ai gestori dei siti che ospitano contenuti condivisi dagli utenti.

Gaia Bottà

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09 04 2015
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