RIAA, Aurous stroncato sul nascere

Presentandosi come il Popcorn Time in chiave musicale aveva attirato l'attenzione dell'industria del copyright. A pochi giorni dal lancio è stato costretto a sospendere le attività. Ora è un vessillo per la crociata dei detentori dei diritti

Roma – Era stato lanciato in pompa magna con l’improprio appellativo di Popcorn Time per la musica, fondato su tecnologie diverse e non ancora pienamente integrate. Con Popcorn Time condivideva però la facilità d’uso e la capacità di attirare l’attenzione dell’industria dei contenuti. Aurous, al centro delle denunce di Universal Music Group, Sony Music, Warner Bros Records, Atlantic e Capitol Records, ha accettato di chiudere il caso con la Recording Industry Association of America e di abbandonare la propria attività di streaming di contenuti caricati su piattaforme terze, distribuiti attraverso protocollo BitTorrent.

Benché dovesse ancora sviluppare appieno il proprio modello, con la promessa di integrare il supporto a un numero maggiore di piattaforme oltre ad attingere a VK e Pleer, benché non avesse ancora messo a punto alcun sistema di monetizzazione, Aurous si era guadagnato la denuncia dell’industra musicale non appena lanciato in versione alpha. RIAA non aveva dubbi: oltre a rendere disponibili contenuti pirata, pur caricati altrove, Aurous avrebbe in futuro approfittato del “vantaggio competitivo” che la mancata negoziazione delle licenze gli consentiva di guadagnare sui servizi legittimi di streaming e download a pagamento o supportati dalla pubblicità, costretti ad ottenere autorizzazioni e a ricompensare i detentori dei diritti.

Le etichette erano così riuscite ad ottenere un’ ingiunzione da parte del tribunale presso cui si sarebbe dovuto discutere il caso: Aurous aveva sospeso la possibilità di scaricare il client per accedere al servizio.

A meno di due mesi dal fermo, con un accordo, la piattaforma ha accettato di farsi da parte , ammettendo l’illegittimità delle proprie attività e la ragionevolezza di un risarcimento pari a 3 milioni di dollari , esattamente quanto RIAA aveva chiesto nella denuncia. È improbabile che le etichette ottengano il risarcimento, che potrebbe essere ridimensionato drasticamente nell’ambito di accordi stragiudiziali.

RIAA, evidentemente, si era mossa con tempestività per sfruttare l’ efficacia mediatica dell’attualità più che per ottenere il risarcimento: “Aurous ha convenientemente accettato di chiudere – ha commentato il CEO di RIAA Cary Sherman – Era la cosa giusta da fare. Speriamo che questo caso mandi un messaggio forte mostrando che i servizi illeciti non si possono aspettare di costruire un business illegale sulle spalle dei creatori di musica”.

Lo sviluppatore Andrew Sampson, dal canto suo, invoca una riforma del sistema processuale che al momento favorirebbe i detentori dei diritti: ha accettato di impegnarsi a tenere una buona condotta in futuro, e ha ceduto all’industria il dominio e la proprietà intellettuale legata al proprio servizio. Il codice di Aurous è stato rimosso dall’account ufficiale su GitHub, disponibile solo in una versione obsoleta .

Gaia Bottà

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