Silicon Valley e sessismo tra scuse e dimissioni

Dopo i tanti casi di molestie ai danni delle lavoratrici sbocciano le prime scuse, in alcuni casi accompagnate da eclatanti dimissioni. Ma forse quella che sta venendo a galla è solo la punta del'iceberg

Roma – La Silicon Valley china il capo e si scusa per aver avuto nell’ultimo periodo un atteggiamento sessista, apertamente criticato ed emerso solo di recente. L’apice di questa tormentata situazione per le donne impiegate nel tech, costrette ad una connivenza con una cultura maschile fin troppo arrogante, è stato raggiunto con il coming out di Susan Fowler. L’ articolo pubblicato sul suo blog personale, in cui racconta l’ultimo anno da dipendente di Uber, denuncia continui soprusi perpetrati a lei e colleghe costrette a sottostarsi ad una cultura maschilista in molti casi dura da digerire. La sua denuncia ha fatto da cassa di risonanza raggiungendo rapidamente visibilità agli occhi dell’opinione pubblica, tanto da innescare una serie di dimissioni a catena (una ventina di dirigenti in totale). “Mi sono guardata attorno, ho contato le mie colleghe. Quando arrivai a Uber, noi donne eravamo il 25 per cento. Quando ho lasciato l’azienda, eravamo il 6 per cento” – racconta tra le righe Fowler.

Il primo ad uscire dall’azienda per aver ostentato comportamenti dubbi è stato proprio il CEO di Uber, Travis Kalanick. Dopo una condotta non proprio cristallina, su suggerimento di alcuni consulenti d’azienda, il consiglio di amministrazione ha deciso di allontanarlo a tempo determinato in ottica di capire quale strategia futura adottare. E proprio Uber ha l’indice puntato contro per non aver adottato una politica di inclusione femminile degna di una giovane e promettente startup che in poco tempo si è guadagnata il podio.

Altro nome noto nella Silicon Valley ad aver fatto marcia indietro è Dave McClure , cofondatore dell’acceleratore e fondo d’investimento “500 Startups” che sul Web scrive: “Sono un verme, mi dispiace”. Per lui le dimissioni sono volontarie. McClure avrebbe fatto delle avances su internet a Sarah Kunst, che nel 2014 si era candidata per un lavoro in azienda. “Mi stavo confondendo nel cercare di capire se assumerti o provarci” – le avrebbe scritto su Facebook. McClure nei giorni scorsi ha fatto pubblica ammenda di molti suoi atteggiamenti scorretti: “Ho fatto avances a più donne in contesti lavorativi dove era chiaramente inappropriato. Le ho messe in situazioni compromettenti e inopportune ed egoisticamente ne ho tratto vantaggio. Il mio comportamento è stato inaccettabile e sbagliato”. McClure sarebbe stato rimpiazzato da Christine Tsai per via delle molestie sessuali di cui si è autoaccusato . Ma a questo punto l’azienda avrebbe preferito tacere sul motivo del cambio di vertice evidenziando ancora una volta un comportamento poco trasparente e altrettanto contestabile. Uno degli episodi più gravi viene tra l’altro raccontato da una stessa vittima, Cheryl Yeoh, sul suo blog .

Meno plateale la reazione di Justin Caldbeck , cofondatore del fondo d’investimento Binary Capital che si è assentato forzatamente dall’azienda per espiare i suoi peccati . Sul suo profilo Twitter troneggia anche in questo caso un messaggio di scuse.


Scuse simili anche per Chris Sacca del fondo d’investimento Shark Tank (Twitter e Uber sono tra le sue “assistite”): “Con i miei comportamenti ho fatto sentire alcune donne a disagio, ansiose e non prese sul serio. Ora continuerà il mio impegno per supportarle”.

Per molti si tratta della punta dell’iceberg. I singoli mea culpa a poco valgono se non viene approntata una sana rivoluzione culturale negli ambienti di lavoro. E non solo nella Silicon Valley. La ricerca Elephant in the Valley , condotta su 210 donne del settore, ha evidenziato che sei donne su dieci subiscono approcci sessuali non voluti in azienda . Oggi però, a differenza di qualche anno fa, le donne hanno il coraggio di parlare.

Mirko Zago

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