Tra slogan e scienza, verso la riapertura

Salvini propone 4D per la riapertura, ma Beppe Sala le rimanda al mittente: tra slogan e scienza, quando servirebbe soprattutto pianificazione.
Salvini propone 4D per la riapertura, ma Beppe Sala le rimanda al mittente: tra slogan e scienza, quando servirebbe soprattutto pianificazione.

In un dialogo polemico a distanza, Matteo Salvini e Beppe Sala (impersonificando la Regione Lombardia e la città di Milano) hanno incrociato le spade su “4D”, quattro punti salienti della riapertura delle attività e degli spostamenti. Con una “D” su tutte, la terza: quella della “Digitalizzazione“. Quella dello smart working.

Matteo Salvini ha lanciato l’invettiva, peraltro costringendo (in modo del tutto evidente) la Regione Lombardia ad un salto carpiato all’indietro sulle ipotesi di apertura/chiusura. Il leader della Lega, infatti, è tornato al “riapriamo tutto” con cui aveva aperto gli alti e bassi della sua strategia nelle ultime settimane, chiedendo quattro interventi per poter cambiare fase:

  • Distanze
  • Dispositivi
  • Digitalizzazione
  • Diagnosi

La domanda a Matteo Salvini

Tre elementi su quattro li lasceremo all’approfondimento di ognuno, raccomandando massima attenzione al sottile confine tra slogan e scienza, ben sapendo che nello slogan c’è propaganda mentre nella scienza c’è Verità. Sul terzo punto val però la pena soffermarsi, perché la risposta del sindaco di Milano è del tutto chiara:

E’ stato fatto un tavolo con le associazioni degli imprenditori per capire chi sta a casa e chi va al lavoro?

La domanda è semplice e pretende una risposta altrettanto semplice: chi ipotizza polemicamente la riapertura, ha costruttivamente ipotizzato anche un piano d’azione? Si è pensato agli spostamenti, alla cura dei bambini (le scuole infatti rimarranno chiuse), alle misure di distanziamento negli uffici, agli aspetti contrattuali, alle turnazioni, ai limiti tecnici dello smart working – quando non pianificato – e a tutti gli altri aspetti che implicano una collaborazione da remoto ed una contemporanea assenza dall’ufficio?

Aggiungiamo: perché la digitalizzazione viene improvvisamente sbandierata come visione, quando per troppi anni è stata annichilita da politiche del tutto alienanti in tema di innovazione? Perché non ammettere prima di aver sbagliato, per poi aprire a lavoro agile, investimenti in banda larga, digitalizzazione della PA e tutto quel che è mancato non negli ultimi mesi, non negli ultimi anni, ma negli ultimi due decenni?

La domanda a Beppe Sala

Siccome sarebbe troppo semplice dare una lettura politica alle righe precedenti – tentazione che vorremmo evitare a chiunque, altrimenti verrebbe meno il focus di queste poche righe – una domanda andrebbe posta anche a Beppe Sala. Il sindaco di Milano, infatti, reclama per la città i medesimi test sierologici che si vorrebbero fare in parte della Regione Lombardia – Milano esclusa. Perché pretendere per la propria città dei test che la scienza al momento non ha certificato, poiché tali da offrire un margine di errore ancora eccessivamente alto e pertanto non utile allo scopo? Perché non spendere meglio questo denaro (risorsa scarsa per eccellenza) migliorando l’organizzazione e la quantità dei tamponi per inseguire il virus, invece che l’apertura a tutti i costi? Perché non pianificare la riapertura sulla base dei paletti che la scienza è in grado di porre, invece che aspettare statistiche che nessun test ha suffragato (ma fior di laboratori, anche e soprattutto in Lombardia, ci stanno lavorando da settimane e promettono risultati apprezzabili nel breve periodo)? A quale “D” si darà la colpa qualora i dati riportassero l’emergenza nelle corsie della terapia intensiva? Cos’è un test sierologico non approvato dalla scienza se non uno slogan al pari dei molti altri sentiti (bipartisan) in queste settimane?

Mentre la politica è prossima ad uno scontro sempre più aspro con l’avvicinarsi della riapertura, la scienza segue il suo ritmo lento e costante. La riapertura nel frattempo si avvicina inesorabilmente sulla scia di una pazienza ormai ai limiti e di una narrazione che è ormai dettata dall’urgenza economica e sociale più che dal calendario di curve che scendono in modo troppo lento per essere accettabili.

La fase 1 è iniziata senza che fossimo pronti e così sarà anche per la fase 2. Per la fase 3 il destino appare ormai segnato, quindi, a meno che il Paese non la smetta di specchiarsi al ribasso con le narrazioni altrui e impari a costruirsi una strada propria con un minimo di orgoglio. Perché questo viene prima di ogni domanda sullo smart working, sull’economia e tutto ciò che ne consegue.

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16 04 2020
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