Dopo aver introdotto le chat individuali ad agosto, Spotify ora lancia le chat di gruppo. Si possono condividere podcast, playlist e audiolibri con un massimo di 10 persone, ma solo con utenti con cui si sono già condivisi contenuti: playlist collaborative, Jam o Blend. Sostanzialmente, Spotify permette di chattare con chi ha gusti musicali affini.
Su Spotify arrivano le chat di gruppo per condividere playlist e podcast con 10 persone
Spotify vuole trasformare la condivisione della musica da azione passiva a conversazione attiva. Invece di mandare semplicemente una playlist a qualcuno via WhatsApp, Instagram o qualsiasi altra delle app di messaggistica che già si usa, ora si può fare dentro l’app e poi parlarne lì. Con un massimo di 10 persone, giusto per mantenere le cose gestibili e non trasformare ogni discussione in un caos.
Spotify vuole rendere l’app di streaming sempre più social. Negli anni ha aggiunto i commenti ai podcast, la possibilità di seguire altri profili per vedere cosa ascoltano, le playlist collaborative, i Blend che mixano i gusti musicali di più persone. Ogni funzione presa singolarmente ha senso. Tutte insieme iniziano a far sembrare Spotify meno un servizio di streaming e più una piattaforma sociale, dove la musica è il pretesto per interagire.
Il problema di questa trasformazione è che la gente già ha i suoi canali di comunicazione preferiti. Chi vuole condividere una canzone con qualcuno, probabilmente lo fa già su WhatsApp, Telegram, Messenger, Instagram, o uno degli altri mille servizi che tutti usano quotidianamente. Aggiungere la messaggistica dentro Spotify significa chiedere agli utenti di controllare un’app in più per vedere se qualcuno gli ha scritto.
E Spotify stessa sembra consapevole di questo problema. L’azienda ha precisato che gli utenti dovrebbero continuare a condividere contenuti anche all’esterno dell’app, poiché la funzione di messaggistica interna è pensata solo come un complemento a queste abitudini
. È una posizione stranamente onesta per un’azienda tech.
Di solito quando lanciano una nuova funzione social la presentano come rivoluzionaria e indispensabile. Spotify invece dice apertamente che questa è una cosa in più, non una sostituzione.
La sicurezza solo a metà
Per quanto riguarda la sicurezza, i messaggi sono crittografati sia durante l’archiviazione che durante il trasferimento, ma non sono protetti dalla crittografia end-to-end, il che significa che tecnicamente Spotify potrebbe accedervi se volesse o se costretta da autorità.
Per le conversazioni su playlist e podcast probabilmente non è un problema, ma è comunque un limite che vale la pena non sottovalutare. App come WhatsApp e Signal hanno reso la crittografia end-to-end uno standard de facto per la messaggistica.