Striscia di Gaza tra Anonymous e propaganda 2.0

Il collettivo di hacktivisti lancia un'offensiva nei confronti di Israele, a difesa dei territori occupati. Va in onda la guerra dell'informazione
Il collettivo di hacktivisti lancia un'offensiva nei confronti di Israele, a difesa dei territori occupati. Va in onda la guerra dell'informazione

Un flusso inarrestabile di tweet ha aperto una nuova fase di guerra tra Israele e i territori palestinesi. A minacciare di ritorsioni le autorità israeliane ci pensa ora Anonymous, che ha lanciato l’operazione #OPIsrael come reazione alla volontà espressa delle autorità ebraiche di bloccare la connessione alla Rete nella Striscia di Gaza.

“Quando il governo di Israele ha minacciato di tagliare Internet e altri servizi di telecomunicazione dentro e fuori Gaza ha attraversato una linea nella sabbia” esordisce il comunicato degli hacktivisti , che detta una condizione chiara alle autorità di Gerusalemme: “Avvisiamo solo una volta le forze di difesa e il governo israeliano. Non bloccate Internet all’interno dei territori occupati e cessate di spargere terrore tra gli innocenti della Palestina, altrimenti conoscerete la piena e incontenibile ira di Anonymous. E, come tutti i governi diabolici che hanno subito la nostra rabbia, non sopravviverete indenni”.

Il collettivo ha comunque lanciato la propria offensiva nei confronti di diversi siti che supportano lo stato israeliano , tra cui Falcon-s.co.il e Advocate-israel.com . Il gruppo ha anche fornito alla popolazione palestinese un file di sicurezza che contiene informazioni basilari per sfuggire alle operazioni di controllo e sorveglianza oltre che istruzioni per manomettere una connessione alla Rete se Israele dovesse abbattere i server di Gaza. Un altro documento condiviso , infine, descrive come creare una connessione analogica nel caso nel caso di un’interruzione di Internet.

Nel frattempo non è sfuggita a nessun osservatore internazionale la guerra di informazione che Israele ha lanciato attraverso diversi canali di informazione , dapprima Twitter, poi Facebook, YouTube e molti altri. La domanda, come spesso accade in questi casi, riguarda la possibilità che i network sociali online possano ammettere o escludere la presenza di contenuti controversi . Nel caso specifico, entrambe le parti si sono rese protagoniste di un duello condotto a colpi di tweet, nel tentativo di attirare l’audience di massa.

Se Twitter decide di non commentare la propria funzione di bollettino ufficiale della battaglia che si sta consumando in Medioriente, YouTube è intervenuta per chiarire il proprio errore di valutazione in merito alla rimozione del video, postato dall’esercito israeliano, che mostra il momento dell’esplosione dell’automobile in cui viaggiava il leader militare di Hamas. Una clip che, secondo alcune interpretazioni, violerebbe i termini di servizio della piattaforma che invitano a non pubblicare contenuti violenti.

I molteplici aspetti che riguardano quella che è stata ribattezzata Propaganda 2.0 possono essere sintetizzati entro due questioni principali : se la trasmissione di contenuti violenti possa diventare una pratica ammessa dalle policy che regolano la vita degli spazi online più frequentati, e perché, nel caso specifico, Gerusalemme abbia deciso di impegnarsi in una diffusione di informazioni così capillare. Difficile valutare il primo interrogativo, dal momento che, nei casi di conflitti violenti, i canali di comunicazione diventano strumenti per diffondere odio o propaganda, ma anche network spesso decisivi per organizzare il dissenso e le istanze di libertà. Quanto alla seconda questione, c’è chi sostiene che la mossa di Israele dipenderebbe dalla volontà di non lasciare nelle mani altrui la gestione dell’informazione così come avvenuto in passato.

Cristina Sciannamblo

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