Telelavoro, il grande rimosso dell'IT

In Italia è ancora un oggetto misterioso, negli USA è un fenomeno emergente e ci sono paesi che ci scommettono sopra. Il suo impatto su umore, vita quotidiana, produttività, inquinamento e consumi è enorme. Ma se ne parla poco. Perché?

Roma – Chi sta affossando il telelavoro? La domanda è legittima, visti i moltissimi plus che offre e la scarsissima attenzione che riceve. Negli Stati Uniti uno studio appena pubblicato sostiene che il 23 per cento dei dipendenti quando lavora si trova fuori dall’ufficio e che 62 lavoratori su 100, se potessero lavorare da casa, lo farebbero subito.

fuoriufficio Certo, ci sono occupazioni che non consentono di stare dietro ad un computer e ad un telefono nella propria abitazione, svolgendo nell’intimità delle quattro mura domestiche tutti i propri compiti, ma sono moltissime quelle che permettono di allontanarsi dall’ufficio o recarsi in azienda solo di quando in quando. Tutto questo potrebbe dar vita ad una rivoluzione, spiegano gli autori dello studio, ma non lo fa , per via di difficoltà procedurali, persino burocratiche, e di un ostinato ritardo culturale.

Negli Stati Uniti lo chiamano telecommuting e, secondo il sondaggio di the polling company svolto per conto di Citrix , il desiderio di telelavorare supera di gran lunga l’appeal di qualsiasi benefit, persino dell’asilo nido in azienda. L’esempio che viene fatto è quello di società finanziarie, dove soprattutto i dipendenti più specializzati tendono sempre più spesso a orbitare anche a distanza dalla sede aziendale. Questo vale ancora di più per i dipartimenti IT . Per dirla con Mike Amble, ex manager di una società finanziaria, si tratta di dipartimenti “che sono sempre a disposizione, e quindi lavorano 24 ore su 24”.

Eccessi a parte, come dimostrano le ricerche più recenti, il telelavoro produce un impatto positivo sia sulla produttività personale che sulla qualità della vita . Le due cose sono probabilmente in relazione, come un rapporto certo vi è tra l’opportunità di rimanere a casa e la riduzione dell’inquinamento legato ai mezzi di trasporto.

Il problema secondo il sondaggio statunitense è prima di tutto culturale . I vertici aziendali, anche quelli delle grandi corporation, non sembrano spesso afferrare il valore del telelavoro. Sempre Amble sottolinea: “C’è ancora questa percezione antica da parte dei manager che i telelavoratori poi non lavorino. In realtà i numeri dimostrano che sono ben pochi quelli che tentano di prendersi vantaggi (indebiti, ndr.)”.

Non solo, l’arretratezza culturale è anche istituzionale: la grande “svolta” della normativa statunitense sul telelavoro è arrivata di recente, con Camera e Senato che hanno iniziato a lavorare su progetti di legge che prevedano anche per i dipendenti federali la possibilità di telelavorare, ma non più di qualche giorno al mese , quasi fosse un’eresia migrare al di fuori dell’ufficio tradizionale quel personale che non ha alcun vero motivo di lavorare fuori casa.

Problemi culturali, dunque, che non sono però i soli. Altri esperti, come quelli di WorkLifeBalance.com , società che si occupa in modo specifico di produttività , ritengono che il telelavoro sia un’arma a doppio taglio . Può consentire al dipendente di lavorare meglio, oppure può finire per succhiare tutto il suo tempo libero. Un problema noto a chi lavora da casa, e che di certo richiede una policy aziendale molto specifica e una notevole capacità di organizzazione personale. Ma questo non deve allontanare dalla scelta del telelavoro, come rivelano recenti stime pubblicate nel Journal of Applied Psychology dai ricercatori della Pennsylvania State University, secondo cui “l’autonomia è uno dei fattori principali della soddisfazione dei lavoratori e questo sembra confermato dalle nostre analisi. Abbiamo rilevato che i telelavoratori sono molto più soddisfatti, tendono molto meno a cambiare azienda, vivono con un ridotto livello di stress, mantengono un più sano equilibrio tra lavoro e famiglia e ottengono punteggi migliori dai loro supervisori”.

fuoriufficio E in Italia ? Da noi siamo ancora alle sperimentazioni, peraltro estremamente limitate. Quella più recente è stata annunciata da Poste Italiane : coinvolgerà l’anno prossimo alcuni operatori di Roma e Napoli e sarà utilizzata dall’azienda per capire se e come estendere questo modo di lavorare. A livello normativo si parla di telelavoro come di occasione per le pari opportunità, la parola fa capolino persino in Finanziaria e alcuni enti locali, come Perugia o la Regione Lazio , sempre più spesso finiscono per parlare di telelavoro. Manca però qualsiasi visione d’insieme, un approccio coordinato, una alfabetizzazione al telelavoro e alle tecnologie che lo comportano. Ciò che non manca sono le normative ostacolanti , come quelle che impongono sopralluoghi e certificazioni per la “postazione di lavoro domestica”, impedimenti burocratici che certo non facilitano l’opera di chi pure vorrebbe proporre il telelavoro ai propri dipendenti.

Esempi diversi arrivano da paesi che stanno conoscendo una esplosione economica, perdipiù legata proprio a quelle tecnologie che spesso consentono di “attivare” il telelavoro. Come l’India, dove recenti sondaggi dimostrano l’alto livello di soddisfazione dei telelavoratori. Ci sono aziende, e si parla soprattutto di corporation multinazionali che operano anche nel paese, che hanno dato vita a uffici virtuali , ossia procedure, tecnologie e strumenti per agevolare proprio il telelavoro. Ma la via alla diffusione del telecommuting è sempre complicata e spesso, quando si viene in particolare ad impieghi in settori specifici, come la ricerca, l’informatica o la sanità, devono essere superate anche problematiche di sicurezza . Problemi che, come tutti gli altri, vengono spesso utilizzati per ritardare o prevenire progetti e ipotesi di migrazione al telelavoro .

La domanda iniziale, quindi, si ripropone: chi affossa il telelavoro?

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