TPP, firma in attesa di ratifica

Trovato l'accordo tra i partecipanti alla negoziazione: si apre la fase di discussione a livello nazionale che sancirà entro due anni l'entrata in vigore o meno del discusso trattato. Potrebbe avere un sensibile impatto sui diritti digitali
Trovato l'accordo tra i partecipanti alla negoziazione: si apre la fase di discussione a livello nazionale che sancirà entro due anni l'entrata in vigore o meno del discusso trattato. Potrebbe avere un sensibile impatto sui diritti digitali

È stata ufficialmente firmata da 12 paesi in Nuova Zelanda la versione definitiva dell’accordo Trans-Pacific Partnership (TPP), l’accordo commerciale che ha l’obiettivo di coprire il 40 per cento dell’economia mondiale.

Reso pubblico lo scorso novembre da diversi documenti ottenuti da Wikileaks, il TPP è il trattato di regolamentazione e di investimenti che dovrebbe – tra l’altro – guidare la lotta alla contraffazione nel commercio tra alcuni stati ed in generale riorganizzare il mondo del lavoro e del mercato per favorire le integrazione tra economie diverse. Fin dall’esordio delle sue negoziazioni nel 2014, è stato considerato il naturale erede dell’ Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA), nomea che lo ha accompagnato fino alla sua stesura definitiva e che comporta l’accusa di riflettere in maniera preponderante un punto di vista a stelle e strisce sia per la proprietà intellettuale (dalla durata del copyright a 70 anni dopo la morte dell’autore, con conseguente restringimento del pubblico dominio per tutti i paesi che prevedevano una durata minore, al bando delle misure di aggiramento dei sistemi DRM) che, come sottolinea per esempio EFF, per i diritti digitali.

Per il momento a firmarlo sono stati 12 paesi (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti e Vietnam), ma ciò non significa che sia operativo: dopo la firma dei rappresentanti dei paesi chiamati alla negoziazione è previsto un periodo di due anni nel corso del quale deve essere ratificato da almeno 6 paesi in grado di pesare per l’85 per cento del PIL dei 12 paesi interessati (il che significa che sia gli Stati Uniti che il Giappone devono ratificare l’accordo).

La ratifica non è d’altra parte scontata in nessuno degli stati che hanno partecipato al negoziato: mentre in Giappone si è appena dimesso il ministro dell’economia Akira Amari, principale negoziatore del TPP, negli Stati Uniti nessuno dei candidati alle prese con il percorso che porterà alle presidenziali sembra particolarmente propenso ad appoggiarlo. In particolare perché in piene elezioni pesa il giudizio dei diversi gruppi che stanno protestando per il rischio che le misure ricomprese nell’accordo portino ad un abbassamento dei salari (nonostante per la prima volta si parli a livello transnazionale di salario minimo e diritto ad unirsi in sindacato) e ad un incentivo della delocalizzazione di alcuni tipi di lavoro all’estero.

Oltre ai lavoratori negli States, mille persone hanno causato blocchi del traffico in Nuova Zelanda, mentre in Canada il Ministro Chrystia Freeland ha annunciato che il trattato sarà sottoposto ad una profonda consultazione pubblica.

Claudio Tamburrino

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