Trump, Putin e la cyber-sicurezza impenetrabile

L'ultima uscita di Mr. President evoca la creazione di uno sforzo anti-hacker congiunto tra USA e Russia, un'idea accolta malamente dalla politica e poi parzialmente ritrattata dallo stesso Trump

Roma – Se l’ultimo summit dei G20 di Amburgo non verrà ricordato per chissà quali decisioni fondamentali prese a favore del futuro del mondo, di certo l’incontro tra i leader mondiali ha fornito ulteriore materiale di discussione sulla presidenza americana di Donald Trump. Un personaggio, il nuovo inquilino della Casa Bianca, capace di parlare a briglia sciolta di “cyber-sicurezza” anche in presenza di quello che fino a poco tempo fa era l’arcinemico giurato delle infrastrutture telematiche a stelle e strisce.

Trump ha infatti colto l’occasione del Summit tedesco per incontrare Vladimir Putin, un vertice a due in occasione del quale si è parlato – tra le altre cose – dei problemi alla cyber-sicurezza posti da criminali, hacker black hat e altra fauna telematica assortita. Il presidente ha scelto come al solito Twitter per comunicare al mondo l’importante novità, vale a dire la possibile formazione di una “unità di cyber-sicurezza impenetrabile” capace di tenere a bada l’hacking elettorale e le “altre cose negative” sperimentate negli ultimi anni.


La posizione di Trump, un tipo notoriamente poco avvezzo – per sua stessa ammissione – a trafficare con computer e altri dispositivi “cyber” troppo avanzati, ha immediatamente scatenato una serie di pesanti polemiche politiche – soprattutto a opera degli esponenti del partito del presidente: il senatore repubblicano Lindsey Graham ha parlato di qualcosa molto vicino alla “idea più stupida che abbia mai sentito”, mentre il senatore Marco Rubio ha accostato la collaborazione con Putin sulla cyber-sicurezza a un’ipotesi di partnership con Assad su una “unità per le armi chimiche.”


I rapporti USA-Russia in ambito cyber-sicurezza sono notoriamente pessimi , e lo stesso Trump è sotto indagine a causa dei suoi presunti rapporti con il Cremlino in relazione all’interferenza degli hacker russi nelle elezioni presidenziali contro Hillary Clinton. Lo stesso Trump si è in seguito accorto di averla sparata troppo grossa , liquidando l’idea precedentemente espressa dell’unità impenetrabile con una mera discussione ipotetica poco praticabile nella realtà.


D’altronde Trump è uno capace di chiedere a Putin di giustificare l’intervento degli hacker russi nelle elezioni americane, e di prendere per buona la “veemente smentita” di facciata dello zar moscovita come se fosse la cosa più seria del mondo. Il rapporto causa-effetto non spaventa Trump, il ridicolo non lo imbarazza e anche a voler prendere sul serio la proposta di formazione di una cyber-unità Russia-USA le questioni da affrontare sono parecchie e tutte di non facile soluzione.

Alfonso Maruccia

La tua email sarà utilizzata per comunicarti se qualcuno risponde al tuo commento e non sarà pubblicato. Dichiari di avere preso visione e di accettare quanto previsto dalla informativa privacy

Chiudi i commenti