Un recente e importante studio dimostrerebbe che un cambio nella voce potrebbe annunciare un declino cognitivo. Individuare i segnali che preannunciano la demenza darebbe a molti un periodo di tempo più lungo per studiare la progressione della malattia e attuare misure in grado di supportare con maggiore anticipo ed efficacia le persone colpite.
La scoperta, a opera del team del Drexel University College of Medicine negli Stati Uniti, è stata pubblicata sulla rivista Journal of Voice. “La demenza colpisce oltre 57 milioni di persone in tutto il mondo“, si legge nell’articolo di studio. “Con una popolazione che invecchia e trattamenti curativi limitati, l’identificazione precoce dei biomarcatori è fondamentale“.
In precedenza, grazie alle ricerche della Commissione Lancet nel 2020, la perdita dell’udito era stata identificata come il “principale fattore di rischio modificabile per la demenza a livello globale, e uno studio clinico randomizzato ha rilevato che un intervento sull’udito ha ridotto il declino cognitivo a 3 anni negli anziani ad alto rischio di declino cognitivo”.
Analogamente, alcuni studi hanno riscontrato che le anomalie nelle misurazioni acustiche della voce sono correlate allo stato cognitivo e possono potenzialmente predire il declino. L’associazione tra perdita dell’udito e declino cognitivo potrebbe avere meccanismi sia sociali che neurologici.
I ricercatori sostengono che la disfonia, un cambio o alterazione nella voce, come timbro, tono o volume, potrebbe presentare problemi simili e essere un campanello d’allarme che annuncerebbe un possibile declino cognitivo. Questo perché “a livello sociale, i disturbi della voce possono ridurre la partecipazione ad attività sociali e cognitivamente stimolanti”.
Cambio della voce e declino cognitivo: la demenza tra pazienti con disfonia
Robert Sataloff, professore e direttore del College of Medicine della Drexel University, in merito alla relazione tra cambio della voce e declino cognitivo, ha affermato: “Abbiamo riscontrato il legame più forte con la demenza tra i pazienti che presentavano disturbi della voce e perdita dell’udito. È importante sottolineare che abbiamo scoperto che le persone con un disturbo della voce ma senza perdita dell’udito erano a maggior rischio rispetto ai pazienti che presentavano solo una perdita dell’udito“.
“Per molti di questi pazienti potrebbe essere utile parlare con un otorinolaringoiatra, che può predisporre una valutazione cognitiva per aiutarli a sviluppare un piano di cura adeguato“, ha spiegato Sataloff. “Se si soffre di un disturbo della voce che influisce sul suono della voce, o se si prova dolore quando si cerca di parlare o cantare, è del tutto naturale partecipare meno spesso ad attività sociali o di altro tipo che supportano le funzioni cerebrali“.