Un database offende i Native Americans

Sospeso l'ordine di un giudice che voleva far spegnere i PC del Ministero degli Interni statunitense che hanno accesso ai database dei nativi americani. Tra sicurezza informatica e politica
Sospeso l'ordine di un giudice che voleva far spegnere i PC del Ministero degli Interni statunitense che hanno accesso ai database dei nativi americani. Tra sicurezza informatica e politica


Washington (USA) – Il Ministero degli Interni statunitense è riuscito a far sospendere l’ordine del giudice Royce Lamberth di scollegare tutti i suoi PC dotati di accesso ai dati sensibili di migliaia di Indiani d’America. L’ente federale, infatti, è in network con tutte le banche dati delle riserve indiane e, secondo le recenti accuse depositate in tribunale, la sicurezza del sistema informatico sarebbe piuttosto debole.

Lamberth aveva dichiarato che le tecnologie utilizzate si erano dimostrate così inefficienti, agli occhi degli esperti coinvolti nei test, che pirati informatici avrebbero potuto accedere ai database delle riserve e manipolare le informazioni riguardanti la comunità Indiana.

Secondo il ministero degli Interni, quest’azione avrebbe provocato “un grave danno sia alla comunità dei cittadini che alla capacità operativa del Governo”. Il giudice aveva ribattuto che avrebbero dovuto solo mantenere attivi i sistemi informatici che permettono la sicurezza nazionale, la protezione dell’ambiente e della proprietà. Una soluzione che secondo i federali, comunque, non sarebbe stata attuabile perché avrebbe riguardato almeno 6 mila PC sul territorio, più una serie di accessi fondamentali per lo svolgimento delle normali operazioni.

Lamberth negli anni si è distinto come un vero paladino della legalità per la comunità Indiana, che da dieci anni porta avanti una causa nei confronti del Governo statunitense. L’accusa è quella di aver sottratto più di 100 miliardi di dollari dal lontano 1887, gestendo liberamente il petrolio, la legna e le proprietà terriere che appartengono agli Indiani. Oltre a queste, una delle domande che ha posto l’accusa è se le informazioni riguardanti la comunità siano state archiviate con attenzione e protette accuratamente . Lamberth, tempo fa, aveva proposto al Bureau of Indian Affaire e ad altre associazioni indiane di proteggere tutti i dati in loro possesso scollegandosi dalla rete governativa.

Il Ministero ha più volte ribadito che non solo non vi sarebbe alcun pericolo ma che non sarebbe stato riscontrato alcun accesso illegale. Ma ha assicurato che si continua a lavorare per migliorare la sicurezza.

Per quanto riguarda la maxi-causa indiana, i senatori John McCain e Byron Dorgan, leader del Senate Indian Affairs Committee , hanno proposto la scorsa estate una legge che possa risolvere l’annosa querelle. Nei documenti presentati non è specificata la cifra dell’eventuale rimborso. Quella proposta dagli avvocati delle comunità indiane, per dirimere il tutto e arrivare ad un accordo extra-processuale, è di 27,5 miliardi di dollari. La difesa del Governo l’ha reputata troppo alta.

Dario d’Elia

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24 10 2005
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