Una modella s'avventa su Google

Intende costringere Mountain View a sputar fuori i dati di un netizen che le ha dedicato un blog poco generoso. Zeppo di foto private e di volgarità

Roma – Zozzona non è un attributo che si addice ad una cover girl di Vogue. Per questo motivo una modella canadese sta sfidando le dinamiche della rete e sta trascinando Google in tribunale: la Grande G ha permesso a un netizen di usare Blogger come cassa di risonanza per foto equivoche e cattiverie formato post, la Grande G deve ora consegnare i dati dell’importuno cittadino della rete.

Fotogenica? Aggressività e foto decisamente private popolano le sortite dell’anonimo blogger, cinque post concentrati nello scorso mese di agosto riversati su SKANKS in NYC , ospitato da Google. Il blogger prende di mira l’età della modella Liskula Cohen e le sue relazioni personali, la definisce una zozzona . La modella replica dichiarando che “tutto ciò è meschino, stupido e patetico”. “Sono alta, sono bionda, ho fatto la modella per molti anni, e le persone diventano invidiose – spiega – se dovessi avere a che fare con tutte le persone che sono così invidiose non avrei tempo per fare nient’altro”. Cohen si ripromette però di voler almeno “conoscere i propri nemici”.

La mannequin non ha invocato alcun blocco, a differenza di altre colleghe colte in fallo da netizen alimentatori di gossip: ha invece sporto denuncia per diffamazione , intenzionata a costringere Google a rivelare l’identità del netizen che si è nascosto dietro il template. Se Mountain View ha spesso acconsentito a rimuovere contenuti postati dagli utenti, si è in passato rivelata restia a uscire dalla parte di inerte intermediario e a rivelare informazioni relative ai propri utenti: se si è adeguata alla legge consegnando al governo statunitense dati disseminati dagli utenti, la Grande G si è dimostrata meno malleabile nel momento in cui un tribunale le ha intimato di consegnare le informazioni relative ai comportamenti dei frequentatori di YouTube.

La modella dovrà dimostrare la natura diffamatoria dei post per convincere il giudice ad imporre a Google di snocciolare le informazioni necessarie per identificare l’anonimo blogger: solo individuato il netizen responsabile dei post, Cohen potrà tentare di rivalersi su di lui. La corte sarà chiamata a soppesare diritti e doveri di coloro che agiscono online, sarà chiamata a valutare le sfaccettature dell’anonimato con cui è possibile esprimersi in rete.

Si tratta di un compito con cui i tribunali devono confrontarsi sempre più spesso : i cittadini della rete non solo si esprimono con i toni più disparati nei confronti di personaggi noti e illustri sconosciuti, ma anche nei confronti di aziende e di servizi. Sovente non si tratta di offese gratuite, di gossip o di satira: i cittadini della rete cavalcano il passaparola per condividere e ottenere informazioni che li aiuteranno nelle scelte in cui si imbattono nel quotidiano. Utilizzano servizi di raccomandazione per sconsigliare ad altri netizen di ricorrere a certi chiropratici e di frequentare locali pubblici che trascurano l’igiene. Coloro che si sentono chiamati in causa non scelgono di intessere una conversazione con i cittadini della rete, così come prevedono le strategie dell’Air Force statunitense, non ritengono opportuno di dotarsi degli strumenti per rispondere ai netizen opponendo le proprie ragioni. Imbracciano invece le armi legali, denunciano e tentano di costringere le piattaforme a rivelare l’identità di anonimi netizen e consumatori. Con il risultato, così come nel caso di Cohen, di attirare l’attenzione della rete verso le sortite più sgradite.

Gaia Bottà

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