USA, contro il cartello sui salari IT

Le grandi aziende del settore terrebbero artificiosamente bassi i salari dei loro dipendenti. Un lavoratore si avventa contro Apple, Google, Adobe, Intel e non solo
Le grandi aziende del settore terrebbero artificiosamente bassi i salari dei loro dipendenti. Un lavoratore si avventa contro Apple, Google, Adobe, Intel e non solo

Una denuncia depositata presso un tribunale californiano accusa grandi aziende ICT di costituire un cartello per tenere artificiosamente basso il costo del lavoro nel settore . Sul banco degli imputati Apple, Google, Adobe Systems, Intel, Intuit, Lucasfilm, e Pixar.

La denuncia chiede lo status di class action e afferma che le sette aziende abbiano costituito “una rete di accordi diretti ad eliminare la competizione tra loro per i lavoratori qualificati”.

Nei confronti delle stesse aziende era poi già stata avviata un’indagine del Dipartimento di Giustizia ( Department of Justice , DoJ) statunitense, conclusasi con un accordo tra le parti per limitare la pratica degli accordi: Adobe, Apple, Google, Intel, Intuit e Pixar erano accusate di impegnarsi, più o meno esplicitamente, a non assumere ciascuna gli impiegati delle altre, disinnescando di fatto il meccanismo della concorrenza e spingendo artificiosamente in basso i salari del settore. Di fatto, una violazione della normativa antitrust al pari di qualsiasi altro accordo per fissare un prezzo.

In generale, nero su bianco, ci sono già le clausole, praticamente standard nei contratti di lavoro delle aziende che hanno a che fare con la proprietà intellettuale, a tutela del know-how aziendale, dei segreti e delle tecnologie cui si è venuti a conoscenza durante l’impiego .

La mobilità degli impiegati qualificati, poi, è minacciata dal fatto che la stessa assunzione di dipendenti altrui rischia di configurare una forma di concorrenza sleale, definita in Italia “storno” (sottrazione da parte di un concorrenti di uno o più dipendenti col fine di arrecare un danno al concorrente stesso e al contempo procurarsi un vantaggio). E, per esempio, in molti contratti si prevede una finestra di tempo di pausa obbligatoria tra l’abbandono di un’azienda e il passaggio all’altra .

A depositare la denuncia è stato un ex impiegato Lucasfilm , Siddharth Hariharan, che si è detto dispiaciuto del fatto che “nonostante l’impegno profuso nel produrre prodotti per portare profitti enormi all’azienda, i manager stringono accordi con le altre aziende di punta per eliminare la competizione e limitare il salario di noi lavoratori qualificati”.

Nella denuncia si cita anche direttamente l’indagine e l’accordo raggiunto dal DoJ: in esso non trovano spazio eventuali compensi per i lavoratori danneggiati dagli accordi finora stipulati tra le parti in causa e da questo punto di vista la class action rappresenterebbe la coda di rivendicazioni di quello stesso caso.

La perdita per i lavoratori (e il conseguente guadagno per le aziende) sarebbe nell’ordine del 10-15 per cento dei salari.

Pixar e Lucasfilm avrebbero stretto accordi nel 2005, Apple, con il legame con Pixar per il ruolo del suo CEO Steve Jobs, avrebbe dunque sottoscritto condizioni simili reciproche nel 2006 con Google. Un anno dopo è il turno di Apple-Pixar, Google-Intel e Google-Inuit.

Claudio Tamburrino

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