USA, no alle frontiere digitali per i brevetti

L'importazione di alcuni modelli digitali dall'estero non si può bloccare: il confine su cui si gioca il destino del commercio 3D è basato proprio sullo scambio di bit
L'importazione di alcuni modelli digitali dall'estero non si può bloccare: il confine su cui si gioca il destino del commercio 3D è basato proprio sullo scambio di bit

La US Court of Appeals for the Federal Circuit ha accolto i ricorsi mossi nei confronti della decisione con cui l’ International Trade Commission (ITC) aveva tentato di estendere i suoi controlli delle dogane ai confini digitali.

L’ITC aveva imposto il blocco delle importazioni all’interno dei confini degli Stati Uniti di alcuni modelli digitali ad uso dentistico sviluppati in Pakistan e da lì inviati negli Stati Uniti per essere realizzati con stampanti 3D.

La questione riguarda il diritto brevettuale e la giurisdizione sui beni digitali: alcuni brevetti di InviSalign sarebbero stati violati da ClearCorrect attraverso la modellazione digitale portate avanti in Pakistan. In pratica, l’infrazione brevettuale avviene fuori dagli Stati Uniti e comporta solo successivamente, e per via telematica, l’ingresso nel paese di mezzi per creare prodotti attraverso tale processo illecito grazie alla stampa 3D.

L’ITC aveva così deciso di considerare il caso come un episodio di aggiramento delle leggi che regolano la proprietà intellettuale e di intervenire come se si trattasse di prodotti fisici. Soprattutto, pur non potendo ordinare un blocco dei prodotti incriminati presso le frontiere digitali (il suo potere sarebbe limitato al controllo delle “importazione di articoli”), aveva deciso di considerare “spediti” negli Stati Uniti tali file, facendoli rientrare nella definizione di merce importata.

Nel suo tentativo di estendere il suo potere di intervento ITC aveva così finito per stabilire l’ esistenza di un confine digitale che opera nella stessa maniera di quello fisico : questo aveva spinto Google, le altre aziende ICT e diversi osservatori ed associazioni di categoria tra cui Public Knowledge (PK) ed Electronic Frontier Foundation (EFF) a schierarsi con ClearCorrect.

E le loro motivazioni sembrano essere state condivise dalla Corte federale, secondo cui “la decisione della Commissione di estendere ai dati digitali la propria giurisdizione va contro inequivocabilmente i poteri conferitoli dal Congresso”.

La decisione è stata naturalmente accolta con favore sia da PK che da EFF: secondo le due si tratta di “una grande vittoria dell’Open Internet” in quanto vi vedono la rimozione di ostacoli alla libera circolazione dei dati.

Claudio Tamburrino

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