YouTube e la dichiarazione di indipendenza

Continua la battaglia degli artisti indie: l'accordo che il Tubo vorrebbe firmassero li costringerebbe ad accettare condizioni inique
Continua la battaglia degli artisti indie: l'accordo che il Tubo vorrebbe firmassero li costringerebbe ad accettare condizioni inique

YouTube si trova di nuovo al centro delle polemiche per la contrattazione relativa ai termini di servizio del suo servizio di streaming musicale legato a YouTube.

A farsi sentire – stavolta per parlare delle condizioni economiche del suo rapporto con il Tubo – è la violoncellista Zoe Keating, che si lamenta in particolare del fatto che Google vorrebbe obbligarla ad includere sia nel servizio a pagamento che in quello premium qualsiasi cosa caricata col suo nome. Il Tubo pretende inoltre che tutte le canzoni siano caricate con l’opzione di monetizzazione che le associa all’advertising, che la distribuzione su YouTube goda delle tempistiche migliori, o almeno al pari di quelle di altri servizi o canali distributivi e che il contratto duri almeno cinque anni.

Checché ne dica Google, il problema è legato in generale ai nuovi termini di servizio di YouTube Music, redatti dal Tubo in vista del nuovo servizio di streaming Music Key ed imposti anche agli artisti indipendenti sotto la minaccia di scomparire dal Tubo o di dover rinunciare alla monetizzazione dei video.

Il contratto che YouTube chiede agli indipendenti di firmare, infatti, sembra nettamente sfavorevole rispetto a quello negoziato con le major: per questo le etichette si erano rivolte prima alla FTC, poi alle autorità antritrust europee .

Nonostante YouTube abbia sempre sostenuto di contare molto sui contenuti frutto della creatività degli artisti indipendenti, infatti, le dure condizioni che YouTube vorrebbe imporre loro suonano come una minaccia, soprattutto perché chi non dovesse aderirvi finirebbe per essere tagliato fuori dal “più grande punto di riferimento musicale per i consumatori su scala internazionale”, un servizio che, data la posizione di Google sul mercato, rischia di dare del filo da torcere ai rivali.

Claudio Tamburrino

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