Gli occhiali Ray-Ban Meta sono uno dei rari successi hardware di Zuckerberg, uno dei pochi a non fare una fine disastrosa. Peccato che ora arrivino accuse di plagio nemmeno troppo velate.
Solos, un’azienda che produce occhiali smart da quando Meta ancora si chiamava Facebook e sognava di farci vivere nel Metaverso, ha fatto causa chiedendo diversi miliardi di dollari e un’ingiunzione che potrebbe bloccare la vendita dei Ray-Ban. L’accusa è violazione di brevetti e accesso illegittimo a informazioni riservate.
Una causa da miliardi di dollari minaccia i Ray-Ban Meta
Solos non è Meta. Non ha miliardi da spendere in campagne pubblicitarie, né partnership con brand iconici come Ray-Ban. Però vende occhiali smart da anni, come gli AirGo A5, che traducono conversazioni in tempo reale, controllano la musica e integrano ChatGPT per rispondere a domande mentre si cammina per strada.
Il punto è che, secondo Solos, i Ray-Ban Meta Wayfarer di prima generazione infrangono diversi brevetti depositati dall’azienda, legati a quelle che definisce “tecnologie chiave nel campo degli occhiali intelligenti”. E fin qui, sembrerebbe una delle solite battaglie legali tra aziende tech che si accusano a vicenda di essersi rubate l’ennesima funzione ovvia, come una notifica push.
Invece no. Perché Solos sostiene qualcosa di più grave, che Meta ed EssilorLuxottica (il colosso dietro Ray-Ban e Oakley) abbiano avuto accesso diretto e concreto alle loro tecnologie. E che le abbiano studiate, smontate, capite, e poi copiate.
Secondo la causa, nel 2015 alcuni dipendenti di Oakley, che all’epoca già appartenevano a EssilorLuxottica, ebbero modo di entrare in contatto diretto con la tecnologia degli occhiali smart di Solos. E nel 2019, Solos avrebbe addirittura consegnato un paio di occhiali per farli testare. Guarda caso, qualche anno dopo, Meta ed EssilorLuxottica annunciano i Ray-Ban Stories, i primi occhiali smart con il marchio Meta. Coincidenza?
Solos la mette giù così, Meta ed EssilorLuxottica non sono arrivate a certe soluzioni in modo indipendente, ma dopo aver accumulato abbastanza informazioni nel corso degli anni, grazie a un accesso diretto alle tecnologie altrui. Quindi non si tratta di una semplice somiglianza, ma di una cosa intenzionale.
C’è anche un altro pezzo della storia. Solos cita una stagista, una certa Sloan Fellow, che aveva fatto ricerche sui prodotti dell’azienda e che poi è diventata product manager da Meta. Secondo la causa, questa persona avrebbe portato con sé le conoscenze acquisite nel suo nuovo lavoro.
Difficile provare cosa esattamente sia passato da una scrivania all’altra, ma il punto è che quando si progetta hardware innovativo e si condividono informazioni con partner o ricercatori, il rischio è che quelle informazioni finiscano altrove. E se quell’altrove è Meta, con il suo esercito di ingegneri e i suoi miliardi di budget, è un attivo ritrovarsi schiacciati.
Meta punta tutto sugli occhiali smart
Dopo anni di tentativi falliti, gli occhiali Ray-Ban Meta sono uno dei pochi prodotti davvero riusciti della sua storia recente, forse l’unico, insieme ai visori Quest. È anche per questo che l’azienda sta ristrutturando Reality Labs e sta puntando sui dispositivi concreti basati sull’intelligenza artificiale. Un’ingiunzione che ne blocchi la vendita o la distribuzione sarebbe un colpo durissimo per Meta.
Intanto Meta ed EssilorLuxottica non hanno ancora commentato, ma è difficile immaginare che questa storia finisca in fretta e in silenzio.