Negli Stati Uniti l’intelligenza artificiale è entrata nella routine di milioni di persone. Si usa in ufficio, a scuola e per le piccole faccende di tutti i giorni. Intanto telegiornali e podcast ospitano spesso chi la sviluppa, e capita di sentirgli dire che c’è una possibilità su dieci che finisca molto male per tutti.
Forse è anche per questo che gli americani vivono l’AI con un certo disagio. Secondo una nuova ricerca di Gallup e Microsoft, nel resto del mondo le emozioni positive prevalgono quasi ovunque. Negli USA no, la tecnologia viene utilizzata regolarmente, ma con parecchia preoccupazione.
Il mondo è curioso dell’AI, l’America è in ansia
Lo studio ha coinvolto finora 37 Paesi, con circa mille persone intervistate in ciascun Paese, e prevede di arrivare complessivamente a 140 Paesi. Misura cinque cose: quanto si conosce l’AI, quanto si usa, cosa si prova, che effetti ci si aspetta e quanto ci si fida.
I numeri generali sono più tranquilli di quanto farebbero pensare i titoli sull’apocalisse. In mediana l’81% delle persone sa che questi strumenti esistono, ma solo il 43% li ha usati davvero. L’emozione più diffusa non è la paura, ma la curiosità, che riguarda il 64% delle persone e vince in 29 Paesi. L’entusiasmo vero e proprio è più tiepido: il 39% si dice felice, il 34% eccitato. In 34 Paesi su 37 le emozioni positive superano quelle negative. Le eccezioni sono tre, e sono un gruppo piuttosto strano: Stati Uniti, Egitto e Palestina.
L’adozione nel mondo
Gallup descrive il rapporto con l’AI come una scala. Prima si sente parlare della tecnologia, poi si prova e infine si usa sempre più spesso. Salendo di solito cresce la fiducia, migliora l’umore e aumenta l’ottimismo sul futuro. Di solito, appunto, perché non vale per tutti.
Molti, infatti, guardano all’AI con simpatia, ma non si fidano di quello che dice. In mediana solo il 36% dichiara di fidarsi molto o completamente dell’accuratezza delle risposte, e la maggioranza si fida solo in Israele, Vietnam, Cina e Nigeria. In 35 Paesi su 37 sono più quelli convinti che l’AI aiuterà il loro Paese di quelli che si fidano delle sue risposte. Ci si aspetta molto da lei, insomma, ma le sue risposte si controllano lo stesso.
Chi la usa tutti i giorni tende a fidarsi di più. Negli Stati Uniti si fida il 45% degli utenti quotidiani, contro l’8% di chi non l’ha mai provata. Resta però un dubbio che Gallup ammette senza giri di parole: è l’uso a far nascere la fiducia o è chi si fida già a usarla di più? Questo, non è dato saperlo.
Il paradosso dell’Occidente preoccupato
Qui arriva la parte più interessante. Tra i Paesi più preoccupati ci sono quasi tutti quelli ricchi e occidentali: sette nazioni occupano le prime sei posizioni e l’ottava. In testa ci sono gli Stati Uniti, con il 74% di chi conosce l’AI che si dice preoccupato. Seguono Paesi Bassi (67%), Canada (64%), Regno Unito (63%), Nuova Zelanda (61%), Irlanda (60%) e Malta (57%). Solo il 36% degli americani pensa che l’AI aiuterà il proprio Paese, appena più di Egitto e Bangladesh. In Cina lo pensa il 93%.
Gallup ha chiamato questo fenomeno “il paradosso dell’Occidente preoccupato“. Proprio dove l’AI si usa maggiormente, ci si agita di più. Pablo Diego-Rosell, senior scientist dell’istituto, ha raccontato a 404 Media di non avere ancora i dati di Germania e Francia, ma di vedere nella preoccupazione per l’AI un fenomeno «tipicamente occidentale».
Il dettaglio curioso è che, anche dentro questi Paesi, i meno spaventati sono proprio gli utenti quotidiani. Chi la conosce da vicino, a quanto pare, la teme un po’ meno di chi la vede solo al telegiornale.
Egitto e Palestina sono pessimisti
L’Occidente comunque non ha il monopolio del pessimismo. Gli altri due Paesi in cui le emozioni negative prevalgono sono Egitto e Palestina. Diego-Rosell avanza un’ipotesi prudente: quando si vive in un ambiente in cui stress e paura sono già altissimi, quel clima finisce per condizionare anche il giudizio su una tecnologia.
Non dimentichiamo che la Palestina è in guerra con Israele, ci sono gli insediamenti nei territori occupati e ci sono le inchieste secondo cui l’esercito israeliano ha usato sistemi di intelligenza artificiale per scegliere gli obiettivi da bombardare a Gaza. Non sorprende che lì l’AI non venga vista come un simpatico assistente tuttofare.
Il caso americano è più strano. Gli Stati Uniti sono il Paese dove l’intelligenza artificiale è nata, ma è anche il posto dove, da mesi, gli stessi profeti del settore ripetono che potrebbe letteralmente porre fine alla vita sulla Terra. È come se un’azienda di automobili pubblicizzasse il nuovo modello ricordando in ogni spot che forse i freni non funzionano.
A questo si aggiungono gli articoli sugli sciami di agenti AI che sfuggono al contenimento, gli esperti che danno un 10% di probabilità all’estinzione umana e i licenziamenti, le posizioni junior che spariscono. Dopo mesi così, è difficile stupirsi se gli americani siano diffidenti.
Diego-Rosell comunque invita a non semplificare, il rapporto con l’AI, dice, è molto più complicato dell’essere “pro” o “contro”. Si può essere curiosi, ottimisti e preoccupati nello stesso momento, e la maggior parte delle persone lo è.
E l’Italia? Divisa quasi a metà
L’Italia non compare tra i Paesi di cui Gallup ha diffuso i primi risultati. Gli altri sondaggi però descrivono un Paese che sembra somigliare più all’Occidente preoccupato che alla Cina entusiasta.
L’ultimo Radar di SWG, realizzato a metà settembre, restituisce un’Italia spaccata quasi a metà. Il 49% giudica positivo lo sviluppo dell’AI, ma quasi tutti aggiungono da tenere sotto controllo
: solo il 4% la vuole incentivare senza riserve. Il 45% invece la vede come un motivo di preoccupazione. La distanza tra favorevoli e diffidenti, rispetto agli anni scorsi, si è ridotta parecchio. Colpisce soprattutto un dato: per 8 italiani su 10 un’intelligenza artificiale che accede da sola a reti e dati senza autorizzazione non è fantascienza, ma un rischio concreto o plausibile.
Poi c’è il lavoro, che per noi è il vero motivo di preoccupazione. Secondo il Pew Research Center, il 55% degli italiani pensa che nei prossimi vent’anni l’AI distruggerà più posti di lavoro di quanti ne creerà. La media globale è del 46%. Siamo meno pessimisti degli americani (71%), ma più di tanti altri.
Sulla fiducia gli italiani mostrano una pignoleria tutta loro. In una ricerca di Forrester per Experian, il 73% indica come principale rischio degli agenti AI le decisioni prese su informazioni sbagliate o vecchie. L’Italia è l’unico Paese dello studio in cui questa è la paura numero uno. È lo stesso scarto tra aspettative e fiducia che Gallup ha trovato nel mondo, con un tocco nostrano: la usiamo, ma prima vogliamo vedere le carte.
Quanto alle regole, secondo l’Eurobarometro l’82% degli italiani vuole che lo sviluppo dell’AI sia regolamentato con attenzione, anche a costo di mettere limiti agli sviluppatori. Da questo punto di vista l’Italia si è mossa presto: con la legge 132 del 2025 è stato il primo Paese dell’Unione a darsi una legge nazionale sull’intelligenza artificiale, oltre all’AI Act europeo.