Battaglia sul brevetto dell'hash

Partite le lettere di diffida alle società che producono software peer-to-peer. Chiede royalty la stessa azienda che ha denunciato le major per le indagini condotte sulle reti di sharing. Ma non è la sola guerra


New York (USA) – Lo aveva preannunciato ed è ora scesa sul sentiero di guerra. Altnet, la società più nota tra quelle che con il peer-to-peer si stanno arricchendo, ha fatto partire le prime lettere di diffida ad alcune società produttrici di software di file sharing. La loro tecnologia – sostiene l’azienda – viola un nostro brevetto e se vogliono continuare ad utilizzarla devono pagare.

Bersagli della prima raffica di lettere, a cui ne seguiranno presto altre, sono Sharman Networks, vale a dire la mamma di Kazaa , e due società legate ai network di Gnutella: Lime Wire LLC e Free Peers Inc. (BearShare).

Il brevetto rivendicato da Altnet/Brilliant è la cosiddetta TrueNames , quella tecnologia che è studiata per consentire di individuare un file per i suoi contenuti e non solo per il suo nome o estensione . Si parla evidentemente dell’ hash , ossia quel codice identificativo che molti software di peering utilizzano per facilitare lo scambio di file.

Altnet per il momento non sembra avere intenzione di trascinare in giudizio le softwarehouse impegnate nello sviluppo di applicativi di file sharing, che da anni combattono con le major nelle aule dei tribunali, ma ha iniziato ad avvertirle che questo è ciò che accadrà se non inizieranno subito a pagare . Ma il conflitto è dietro l’angolo: una prima risposta è giunta proprio da LimeWire che per bocca di un proprio dirigente ha fatto sapere di non ritenere che quei brevetti potranno reggere l’urto di una causa formale in quanto “c’è così tanta prior art nell’uso dell’hash nel software che questi brevetti non avrebbero mai dovuto essere concessi”. Come noto per prior art si intende l’utilizzo di una certa tecnologia in tempi precedenti alla richiesta di brevetto e che, se dimostrato, può invalidare il brevetto stesso.

Di sicuro interesse c’è il fatto che quel brevetto è lo stesso che Altnet ha usato per denunciare la RIAA , l’associazione dei discografici americana. Secondo Altnet, infatti, il modo in cui RIAA e i suoi partner scansionano le reti di peering nel tentativo di individuare i responsabili della circolazione di file illegali viola la tecnologia brevettata dell’azienda . “Abbiamo tentato ogni strada per lavorare con queste società e coloro che rappresentano – aveva dichiarato uno dei boss di Altnet lo scorso settembre – per incoraggiare con pazienza e attenzione lo sviluppo del canale di distribuzione P2P. Non possiamo metterci da parte e consentire loro di distruggere le nostre opportunità di business violando sistematicamente i nostri diritti”.

Ed è sintomatico dell’importanza assunta dalla distribuzione di contenuti online il fatto che proprio in queste ore Napster sia stata denunciata per violazione di brevetto dalla già celebre SightSound , società che rivendica la paternità su alcune tecnologie chiave nello streaming audio e video . Secondo SightSound, Napster non ha voluto accordarsi per pagare una royalty sui servizi offerti ai propri clienti via Internet e dunque si è reso necessario, secondo l’azienda, ricorrere ad una denuncia. SightSound ha ottime carte da giocare in quanto nel recente passato è riuscita a strappare una licenza che vale 3,3 milioni di dollari a CdNOW frutto di un accordo extragiudiziale che ha posto fino al relativo procedimento legale.

D’altra parte SightSound non è l’unica società a rivendicare diritti in un campo fondamentale per molti produttori di contenuti come lo streaming. Si ricorderà infatti l’offensiva legale di Acacia Technologies che sta riuscendo ad ottenere royalty da molti produttori e che ha di recente avviato una battaglia brevettuale anche sul wi-fi .

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