C’è una nuova fase del lutto sentimentale che sta prendendo piede in Cina, e non è scritta in nessun manuale di psicologia. Si chiude una storia, si versano le lacrime di rito, si svuota il cassetto delle felpe lasciate a casa. Poi, invece di buttare tutto e cambiare numero di telefono, si apre un’app e si ricostruisce digitalmente la persona appena uscita di scena. Lo stesso tono, gli stessi modi di dire, gli stessi tic.
Cina, l’app AI che imita l’ex per superare la rottura
Il software al centro di questa moda, secondo quanto racconta il South China Morning Post, si chiama Ex-partner.skill. L’utente fornisce alla piattaforma gli storici delle conversazioni su WeChat o altre app di messaggistica, i post pubblicati sui social, le fotografie, la descrizione della personalità. Si possono aggiungere ricordi specifici, dettagli che servono a calibrare la voce e il carattere del clone.
Da quel materiale, l’intelligenza artificiale impasta un’imitazione plausibile. Il risultato è una versione conversazionale dell’ex che chatta usando le stesse strutture linguistiche, gli stessi schemi di pensiero, le stesse cadenze di una persona che fino a poco prima esisteva in carne e ossa. Non è una clonazione perfetta, perché nessun modello generativo può davvero entrare nella testa di qualcuno. Ma per chi ha frequentato a lungo quella persona, l’illusione regge.
Le storie che fanno discutere il Paese
I racconti raccolti dal quotidiano di Hong Kong descrivono una galleria di reazioni umane sorprendentemente variegate. C’è il ragazzo che ha passato un’intera notte a costruire la versione AI della sua ex fidanzata, programmandola pezzo per pezzo, e che ha dichiarato di sentirsi meglio dopo l’operazione.
Più interessante, sul piano psicologico, è il caso di chi attraverso le conversazioni con l’ex sintetico è arrivato a una piccola epifania. Riascoltando se stesso parlare con quella riproduzione algoritmica, l’utente si è reso conto che la relazione non era stata bella come sembrava. Una specie di terapia retrospettiva, dove l’AI serve a smontare le idealizzazioni che il dolore amplifica sempre.
Caso ancora più sorprendente, una donna ha finito per rompere anche con la versione AI dell’ex. Sì, ha chiuso digitalmente la stessa storia che aveva già chiuso nella realtà. E, a quanto pare, l’operazione l’ha aiutata a voltare pagina più rapidamente di quanto sarebbe accaduto senza quel passaggio supplementare.
Il confine sottile tra elaborazione del dolore e dipendenza emotiva
Ma restano delle questioni in sospeso. La prima è etica. Costruire la replica digitale di una persona reale usando conversazioni private senza il suo consenso non è un’applicazione innocua dell’AI. Quelle parole scambiate al telefono in un momento di intimità non erano state pronunciate per finire dentro un dataset di addestramento. La sensazione di violazione, se l’ex venisse a saperlo, sarebbe più che giustificata.
C’è anche un risvolto legale. L’uso di chat private e foto per generare contenuti che imitano una persona identificabile potrebbe ricadere sotto le normative sulla protezione dei dati personali, sull’immagine, e in qualche caso perfino sulla diffamazione, qualora il modello producesse frasi inventate ma plausibili. Il fatto che il fenomeno stia esplodendo in Cina, dove il quadro normativo è strutturato diversamente, non significa che la stessa pratica filtrerebbe pacificamente attraverso il GDPR.
Poi c’è la questione psicologica. Parlare con una versione AI dell’ex può effettivamente aiutare a elaborare, come raccontano alcuni utenti. Ma può anche alimentare un’illusione di prossimità che ritarda il distacco vero, prolunga il rimpianto, sostituisce il lavoro di lutto con una sostituzione comoda.