Consulenti IT? Informatici da usare

Ne parla un professionista preoccupato di come si evolve il settore e del decadere della qualità dei servizi informatici. Così come della professionalità degli esperti informatici
Ne parla un professionista preoccupato di come si evolve il settore e del decadere della qualità dei servizi informatici. Così come della professionalità degli esperti informatici

Roma – Oggi riuscire per un professionista ad offrire servizi e soluzioni adeguate ad un cliente è sempre più difficile. Il rutilante mondo dell’Information Technology italiano, via via diventa una strada tortuosa e meno percorribile di un tempo, sopratutto da chi vuole offrire la propria professionalità e non vendere. Con vendere voglio sottointendere la vendita di servizi “aggiuntivi” che eufemisticamente potremmo dire “superflui”.

Oggi l’informatico è sempre più consulente di qualcuno e meno organico aziendale di qualcun’altro, con ciò che purtroppo ne consegue. Può davvero importargliene qualcosa ad un consulente dell’architettura che gestisce, rimanendo in carica 6-8 mesi?

L’informatica oggi viene vista come servizio esterno e non conta chi la gestisce e come viene gestita, non importa se a conti fatti su quella infrastruttura c’e stato un solo informatico in due anni oppure venti consulenti. Vale la parolina magica: “l’importante è che funzioni”. E questo quasi mai è un bene.

È un passamano di infrastrutture in esercizio a consulenti esterni che vedono quella stessa struttura “core bussiness” del cliente come un autobus, dove si sale, si oblitera e si scende. Poco importa se le architetture nel veloce avvicendarsi di informatici vanno avanti a pezze che prima o poi si rivelano per quello che sono. Allora la scusa è pronta: “io prima non c’ero”. Che poi non è una scusa ma un dato di fatto. Come può un informatico, per quanto bravo, sapere che cosa è accaduto 6 mesi prima? Come può sapere quale soluzioni “best effort” sono state scelte dal collega prima di lui? Misteriosamente la documentazione (chissà come mai) non c’è.

Ormai nell’anno di grazia 2006, pochissime sono le aziende che producono effettivamente in questo settore, sono tantissime invece quelle che offrono servizi. Il consulente sballottato tra un contratto a progetto e un’altro, tra una azienda ed un’altra e tra un cliente ed un altro, diventa un factotum, che nella maggior parte dei casi viene lasciato solo al suo destino. Un destino amaro.

Si vedono DBA (esperti di database, ndr.), che inspiegabilmente devono mettersi a fare tuning sul kernel di macchine unix, programmatori che come per miracolo devono trasformarsi in sistemisti di rete, che si devono mettere a configurare router e bilanciatori, e sistemisti unix, che si trasformano in creatori di bytecode in java per qualche “misteriosofico” application server di ultimissima generazione.

Il Consulente è sempre solo e molte volte viene visto come minaccia “esterna” da qualche intelligentone che si chiede “perché un consulente e non un nostro dipendente?”… forse perché dipendenti specializzati in quel settore nell’azienda non si trovano? Forse perché le assunzioni sono state congelate? Quindi oltre che solo è anche isolato.

No! Non dovrebbe funzionare così… eppure così funziona e sempre più questo andazzo il settore sta prendendo. Se a qualche “testa d’uovo” gli fosse passata in mente la frase: ” È l’informatica bellezza”… beh o non sa di che parla o probabilmente tra certificazioni, aggiornamenti e test, le sue ventiquattro ore le passa incollato ad un monitor, tentando di configurare db, installare sistemi operativi, e configurare router, switch e bilanciatori e a studiare qualche nuovo esotico linguaggio di programmazione.

Infine poi vi è da aggiungere che questa “migrazione di spugne” dei consulenti in giro per nuovi e vecchi clienti, senza avere una più che adeguata capacità diplomatica, porta anche a difficoltà di approccio umano all’ambiente lavorativo. Dover affrontare mentalità diverse, diverse concezioni di fare IT dei clienti tutte completamente opposte l’una all’altra è pesante.

Quante volte è capitato sentirsi dire dal cliente che magari il modo di operare della azienda precedente non era quello giusto, sentendosi dire che quelle applicazioni, quegli OS, quel tipo di architettura, non sono idonee (anche se 99 volte su 100 il tipo di architettura di uno o più clienti è la medesima), così l’informatico diventa anche un fine sociologo e psicologo. Perché alla fine lo stack tcp/ip, i protocolli e quei sistemi operativi sono standard, ma per qualcuno di questi clienti, il loro modo di fare IT è più standard degli altri.

L’informatico nel breve periodo presso quel cliente diventa più realista del Re.

In conclusione: Oggi l’informatica diventa sempre meno matematica e più sociologia. Il consulente IT prima di essere informatico diventa un parser per l’interfaccia umana che si trova nell’ufficio accanto.
Mi chiedo e vi chiedo se era questo che 15 anni fa noi informatici ci aspettavamo.

Alessio Porcacchia

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27 04 2006
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