Contrappunti/ Il vaso di BigG

di M. Mantellini - Forse non si può impedire a un'azienda di fare il suo business in un libero mercato. Ma forse si può permettere a qualcuno di tenerla sotto controllo, per evitare che lei controlli noi

Roma – L’ultima goccia dentro un vaso già molto pieno è quella del servizio di DNS che Google ha presentato qualche giorno fa. Ora, chi lo vorrà, potrà utilizzare i fascinosi DNS di Google, numeri molto facili da ricordare come 8.8.8.8, al posto delle usuali sequenze a 12 cifre degli altri servizi analoghi, in sostituzione di quelli forniti dal proprio provider o da servizi come OpenDNS o l’italiano FoolDNS . Le ragioni ufficiali dietro a questa nuova proposta della casa di Mountain View sono quelle di ottimizzare le risorse di Rete per rendere la navigazione più rapida e sicura.

I tecnici che hanno valutato in questi primi giorni “Google Public DNS” ci dicono che si tratta di un servizio di buona qualità ma non significativamente differente rispetto ad altri analoghi e che quindi, per ora, buona parte delle aspettative riposte sembrerebbero non essere soddisfatte. Diverso è il discorso se la qualità dei DNS del nostro ISP non è eccelsa o se si desidera aggirare la censura del governo italiano che, proprio a livello di DNS, gestisce una lunga lista di siti web la cui visione è paternamente celata ai suoi cittadini. Mentre i DNS dei provider nazionali sottostanno a questa debole imposizione tecnica, i DNS di Google, così come quelli di OpenDNS da sempre, consentono ai navigatori italiani di accedere anche ai siti web blacklistati (una lunga lista di siti web di scommesse, qualche sito porno, alcuni siti web di venditori di sigarette).

Come era ampiamente nelle attese, gran parte delle discussioni di questi giorni hanno invece riguardato la pericolosità di affidare a Google un’altra quantità rilevante di dati riferiti alla nostra navigazione in Rete. I commenti millenaristici e talvolta disinformati si sono sprecati e in molti paventano la possibilità di un ulteriore incrocio di dati fra quelli che Google detiene, in relazione ai suoi servizi che milioni di utenti già ora utilizzano, e i risultati della navigazione web desumibili dai dati raccolti attraverso i DNS.

A differenza di quanto è accaduto spesso, la sezione “privacy” del nuovo servizio di Google è stringata e molto chiara, e dice in sostanza che i dati della navigazione sono trattenuti per un tempo variabile da 24 a 48 ore per ragioni di sicurezza legate all’analisi dei siti malevoli e poi cancellati. Dice inoltre che in nessun caso tali dati, nemmeno in quel breve lasso di tempo, saranno incrociati con altri dati in possesso di Google.

A questo punto siamo di fronte all’eterno dilemma. Fidarsi o non fidarsi? Crediamo alle parole di Google che proclama da sempre limiti e percorsi della raccolta dei nostri dati oppure ci lasciamo contagiare dalla cultura del sospetto e, in sostanza, rigettiamo simili confortanti affermazioni?

Piccola parentesi. Qualche giorno fa Wikileaks ha pubblicato un sito web dedicato alle comunicazioni avvenute l’11 settembre 2001, il giorno dell’attentato alle Torri Gemelle, nell’area newyorkese. Si tratta sostanzialmente dei messaggi inviati dai pager dei cittadini e da sistemi di alert automatici. Non è dato sapere come Wikileaks abbia ottenuto una simile enorme mole di dati testuali (circa 500mila messaggi), quello che è certo è che, come dicono gli stessi gestori del sito, l’esistenza dell’archivio di queste testimonianze ci racconta che fin da prima dell’11 settembre era attivo un sistema di controllo governativo che archiviava tutti i messaggi di testo trasmessi a New York e probabilmente in tutti gli USA.

Questo per ricordare che le paranoie sul controllo spesso non lo sono per nulla e che, da Echelon in qua, solo le anime semplici credono alle rassicurazioni del potere.

Esistono perplessità analoghe che possiamo dedicare a Google? Possiamo non fidarci delle rassicurazioni sulle modalità di utilizzo dei dati raccolti? Ovviamente sì. E sinceramente faremmo bene a farlo. Se da un lato è incontrovertibile il fatto che Google proponga e non imponga servizi web (a differenza dei governi che controllano indipendentemente da tutto e tutti) dall’altro è vero che Google stessa è da tempo sotto i riflettori, visto che le sue attività configurano ormai abbastanza chiaramente un rischio antitrust che va dai servizi di posta elettronica, alle ricerche per chiavi, dalla pubblicità in Rete, ai dati sulla navigazione.

La risposta banale ad una simile perplessità sarebbe quella di non utilizzare, almeno cumulativamente, simili servizi che mettono anche solo potenzialmente a rischio la nostra privacy, eppure tutti noi sappiamo bene che si tratta di una risposta per molti versi insufficiente. Occorre prendere atto del fatto che la grande maggioranza degli utenti nemmeno si pone questioni del genere. E non possiamo nemmeno abbandonare al proprio destino la grande massa dei cittadini indifesi che mai si sono chiesti che fine facciano le loro mail sepolte e duplicate dentro data server mimetizzati nel midwest americano. Le questioni di privacy, la cui importanza è centuplicata con la crescita di Internet, sono questioni di tutti, anche di quelli che non le considerano per nulla.

Forse in un mercato ampiamente sbilanciato dallo strapotere di Google una soluzione potrebbe essere quella che Google accettasse (o proponesse) un controllo esterno al suo famoso motto “Don’t be evil”. Che alle parole, spesso confortanti scritte nelle condizioni d’uso dei suoi servizi, seguisse la possibilità concreta che organismi sovranazionali, a rappresentanza dei milioni di utenti di Google, avessero accesso al santa sanctorum del petrolio del terzo millenio. Ad osservare che la lista dei siti web visitati da Massimo Mantellini nelle ultime 24 ore davvero, allo scadere della mezzanotte, in un “puff”, ritrasformi la carrozza in una molto onorevole zucca.

Massimo Mantellini
Manteblog

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